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Riflessioni a proposito di esclusione e licenziamento del socio lavoratore di cooperativa

Stella Laforgia (Ricercatrice di diritto del lavoro dell’Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari)

Il contributo si propone di leggere, attraverso le vicende estintive del rapporto associativo e di quello di lavoro di cui è titolare il socio lavoratore, la complessità del fenomeno cooperativo. In particolare, l’Autrice si concentra sui profili più critici sui quali in giurisprudenza si riscontrano, a diversi anni di distanza dall’emanazione della legge n. 142/2001, pronunce di segno assai diverso: il c.d. licenziamento automatico, la problematica interazione tra le causali tipiche del licenziamento e quelle dell’esclusione, i profili formali e, in ultimo, le tutele.

PAROLE CHIAVE: socio lavoratore - licenziamento - cooperativa

Notes and remarks on the subject of exclusion and dismissal of Cooperatives working members

The paper aims to address the complexity of the cooperative phenomenon, through the lens of the events that determine the ending of the membership agreement and the employment contract agreement, both belonging to the working member. In particular, the Author focuses on the most critical topics which, several years after the enactment of Law n. 142 of 2001, have often led to conflicting judgments: the so called automatic dismissal, the problematic link between the causes for the dismissal and those for the exclusion of the working member, the formal terms and, lastly, the guarantees.

Keywords: Working member, cooperative, dismissal, exclusion

 

1. Premessa

La figura del socio-lavoratore racchiude, sin dal nome costituito da un’in­dissolubile endiadi, quell’ambigua duplicità che l’ha da sempre caratterizzata, dando origine al lungo dibattito sviluppatosi in dottrina ed in giurisprudenza sulla sua qualificazione giuridica [1].

Ambiguità propria, innanzitutto, della società cooperativa che, pur perseguendo il fine mutualistico, è sottoposta alle regole del mercato capitalistico alla stregua di tutte le società con finalità di lucro; e ambiguità del socio lavoratore che, benché abbia scelto di “unirsi” agli altri soci con un contratto associativo per evitare l’intermediazione/sfruttamento del datore di lavoro insita nell’alterità propria del rapporto di scambio (di lavoro), finisce, tuttavia, per ritrovarsi nei conflitti tipici di ogni organizzazione del lavoro in cui si realizza una ineguale distribuzione del potere.

Ebbene, questa incomprimibile natura anfibia emerge continuamente nel rapporto di lavoro del socio lavoratore, dalla fase genetica a quella estintiva; ed è, quindi, proprio questo dato a costituire il punto di riferimento per qualsiasi operazione ermeneutica, dal momento che la costruzione giuridica del doppio rapporto, associativo e di lavoro, introdotta dalla legge n. 142/2001, non solo non elide l’ambiguità della figura del socio lavoratore, ma la ammette e ipostatizza nella forte compenetrazione dei due rapporti di cui questi è titolare e dei quali uno, quello associativo, prevale sul rapporto di lavoro. Ne consegue un’interferenza continua tra il rapporto sociale e quello di lavoro, oltre ad un’interazione di fonti legali, contrattuali ed endoassociative (atto costitutivo, statuto, regolamenti interni) che non consente l’applicazione tout court della disciplina del rapporto di lavoro.

2. La disciplina applicabile al socio lavoratore e la clausola di compatibilità

L’art. 1, comma 3, legge n. 142, cit. esclude testualmente l’applicazione automatica delle norme che disciplinano i rapporti di lavoro, prevedendo che: «Dall’instaurazione dei predetti rapporti associativi e di lavoro in qualsiasi forma derivano i relativi effetti di natura fiscale e previdenziale e tutti gli altri effetti giuridici rispettivamente previsti dalla presente legge, nonché, in quanto compatibili con la posizione del socio lavoratore, da altre leggi o da qualsiasi altra fonte».

In primo luogo, è dunque la stessa legge n. 142 a prevedere e disciplinare espressamente i casi nei quali vi è scostamento rispetto alla disciplina standard. Detto scostamento si verifica soprattutto quando è più intensa l’in­terazione tra i due rapporti del socio-lavoratore e dove, quindi, vi sarebbero maggiori frizioni rispetto all’applicazione delle norme proprie del rapporto di lavoro.

Invece, in assenza di un’apposita previsione ad hoc da parte della legge n. 142, come disposto dall’art. 1, comma 3, cit., trovano applicazione le altre leggi (o qualsiasi altra fonte) purché compatibili con la posizione del socio lavoratore, lasciando, in tal modo, all’interprete ampi margini di discrezionalità. Quindi, soltanto una volta superato il doppio “vaglio” dato dall’applicazione diretta di quanto disposto dalla legge n. 142/2001 e dalla clausola di compatibilità, troveranno applicazione tutte le altre norme legali e pattizie.

Si realizza, così, sul piano della disciplina la specialità della figura del socio che presta sì la propria attività lavorativa ma, come prevede solennemente l’art. 1, comma 2, concorre e partecipa al processo decisionale e gestionale, nonché ai risultati della società, alla formazione del capitale sociale e al rischio di impresa.

Tutte queste problematiche si addensano, come è intuibile, proprio nelle vicende estintive a partire dalle quali è possibile leggere il fenomeno, la sua complessità e gli interessi contrapposti che lo animano.

3. Le vicende estintive: i profili problematici

Le vicende estintive rappresentano uno dei profili in cui è maggiore la compenetrazione dei due rapporti di cui è titolare il socio lavoratore di cooperativa.

Si consideri che, benché in linea di principio possano esservi casi di recesso dal rapporto di lavoro (licenziamento per giusta causa e giustificato motivo) nei quali, è possibile che rimanga in vita il solo rapporto associativo, in realtà è molto difficile immaginare ipotesi nelle quali possa configurarsi la giusta causa o il giustificato motivo soggettivo senza che questi rilevino anche sul rapporto associativo. Diversamente accade per i casi di giustificato motivo oggettivo e di licenziamenti collettivi laddove il rapporto di lavoro viene meno per cause non imputabili al lavoratore e, quindi, può ben permanere il rapporto associativo.

Vi è una sostanziale coincidenza tra i motivi di licenziamento e di esclusione in questi casi laddove, cioè, il recesso dal rapporto di lavoro è ‘autonomo’ rispetto all’estinzione del rapporto associativo.

Invece, non possono verificarsi ipotesi nelle quali cessi soltanto il rapporto associativo dal momento che il recesso da quest’ultimo, come vedremo, travolge anche il rapporto di lavoro.

Infatti, secondo l’art. 5 della legge n. 142/2001 “Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile” (ora artt. 2532 e 2533, rinumerati a seguito del d.lgs. n. 6/2003 e rispettivamente sul recesso e sull’esclusione del socio n.d.r.).

Dunque, se vi è esclusione dalla compagine sociale, automaticamente viene meno anche il rapporto di lavoro; in questo caso si realizza un’ipotesi di recesso dal rapporto di lavoro diversa rispetto a quelle ‘tradizionali’ e che consegue automaticamente all’estinzione del rapporto associativo [2].

È evidente, però, che la fattispecie estintiva disciplinata dall’art. 5, comma 2 pone una serie di questioni tutte strettamente correlate le une alle altre rispetto alle quali, purtroppo, a distanza di più un quindicennio dall’emanazione della legge n. 142/2001, non vi si sono interpretazioni univoche, segno che l’impianto della legge non è stato del tutto metabolizzato anche a causa di un dato normativo frammentario e spesso non coordinato.

E opportuno, perciò, individuare i profili più problematici e ricostruire il composito quadro normativo in modo sistematico per fornire soluzioni efficaci ma coerenti che non tradiscano cioè la “specialità” della figura del socio lavoratore.

Innanzitutto, occorre soffermarsi sulla specialità del c.d. licenziamento ‘automatico ex art. 5, comma 2, legge n. 142/2001 ed, in particolare, sulla problematica interazione tra le causali “tipiche” del licenziamento e le ragioni di esclusione del socio e sulla coincidenza delle stesse. In secondo luogo, è utile determinare se, in tal caso, per la cessazione dei rapporti siano necessari due atti separati (atto di esclusione e licenziamento) o sia sufficiente l’esclusione dalla cooperativa; ed infine, occorre stabilire quale rito debbano seguire le impugnative dei due atti di recesso e quale tutela possa rivendicare il socio lavoratore.

4. Il licenziamento “automatico” ex art. 5 della legge n. 142/2001: causali e forma

Nell’ipotesi ex art. 5, comma 2 assumono centralità le causali che determinano l’esclusione, dal momento che a quest’ultima, per il nesso negoziale unidirezionale che unisce i due rapporti, consegue anche il licenziamento [3].

L’art. 2533 c.c. contempla, tra le ipotesi di esclusione, quelle previste dal­l’atto costitutivo (sub n. 1), le gravi inadempienze alle obbligazioni che derivano dalla legge o dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico (sub n. 2), nonché la mancanza o la perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società (sub n. 3). Inoltre, l’esclusione consegue (ex art. 2533, sub n. 4 e 5 c.c. che rinvia agli artt. 2286, commi 1 e 2288 c.c.) alla sopravvenuta inidoneità a svolgere l’attività professionale; all’interdizione e inabilitazione del socio; alla condanna a pena interdittiva dai pubblici uffici, nonché al fallimento del socio.

Dovendo necessariamente coordinare le ipotesi appena descritte, l’esclu­sio­ne del socio, si può, più schematicamente, ricondurre a tre fattispecie: a) gravi inadempienze delle obbligazioni gravanti sul socio lavoratore; b) mancanza originaria o perdita sopravvenuta dei requisiti previsti per la partecipazione alla società, ovvero inidoneità a svolgere l’opera conferita alla società medesima; c) ipotesi, diverse da quelle precedenti, previste dall’atto costitutivo [4].

Tutte le fattispecie ora elencate [sub a) e c)] e previste dalla disciplina codicistica sono sovrapponibili alle fattispecie soggettive di estinzione del rapporto di lavoro.

Le causali sub b), unitamente a quelle ex artt. 2286, commi 1, e 2288 c.c., potrebbero essere riconducibili alla fattispecie del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

La norma codicistica, però, come detto, prevede, altresì, che l’esclusione del socio possa aver luogo in tutti «i casi previsti dall’atto costitutivo». Ed è proprio a partire da quest’ultima disposizione che si è ritenuto che vi possa essere un evidente ampliamento delle causali di recesso da parte dell’autonomia negoziale [5]. Potrebbero essere compresi nelle suddette cause di esclusione quegli inadempimenti delle obbligazioni di lavoro che seppure, secondo il canone di diritto comune dettato dall’art. 1455 c.c., non sono di «scarsa importanza», comunque non possono ricondursi alle ipotesi tassative della giusta causa ex art. 2119 c.c. o del giustificato motivo soggettivo di cui all’art. 3, legge n. 604 del 1966 [6].

Non solo non vi sarebbe coincidenza con le ipotesi tipiche dell’estinzione del rapporto di lavoro, ma, attraverso le clausole di esclusione convenzionali, le parti potrebbero inserire in una di esse un qualsiasi inadempimento (certo, purché non di scarsa importanza) dell’obbligazione di lavoro, persino prescindendo totalmente dalla sua rilevanza estintiva del rapporto di lavoro.

Invero, in ogni caso, l’attribuzione all’autonomia delle parti della facoltà di prevedere causali che possano estinguere contestualmente il rapporto associativo e quello di lavoro rientra nelle peculiarità che caratterizzano la disciplina del lavoro in cooperativa ed è, quindi, la volontà dei soci a determinare preventivamente tali inadempimenti e a prevederne la rilevanza [7].

Certo, non si può trascurare il problema dell’individuazione del margine di discrezionalità della cooperativa nella previsione delle causali di esclusione e, quindi, della sindacabilità delle scelte effettuate.

È indispensabile, infatti, “filtrare” l’applicazione delle causali legali di e­sclusione e un ragionevole e utile parametro valutativo in tal senso può essere rappresentato dalla casistica esemplificata dalla contrattazione collettiva a fondamento del licenziamento; per esempio, non sarebbe legittimo che l’auto­nomia statutaria possa sanzionare con l’esclusione un comportamento per il quale, invece, la contrattazione collettiva preveda una sanzione conservativa.

Poiché l’esclusione dalla compagine sociale costituisce la sanzione più grave che può essere inflitta al socio in ragione di notevoli inadempimenti (che la cooperativa ritenga tali), non deve destare meraviglia che la società reagisca a tale condotta del socio con l’eliminazione del rapporto associativo e di qualsiasi altro rapporto pendente [8]. In sostanza, è proprio la prevalenza del rapporto associativo a manifestarsi, oltre che nel momento costitutivo, anche in quello estintivo dei due rapporti; se, dunque, il rapporto associativo viene meno, travolgerà anche il rapporto di lavoro [9]. E ciò non soltanto per il venir meno dell’elemento fiduciario – che pure rileva tra la cooperativa e il socio – quanto perché il rapporto di scambio sussiste (solo) se c’è anche quello associativo. Si potrebbe qualificare il licenziamento del socio di cooperativa conseguente alla sua esclusione o recesso come un’ipotesi di estinzione del rapporto di lavoro ope legis [10].

Tuttavia, è il caso di sottolinearlo, l’automaticità dell’estinzione del rapporto di lavoro al venir meno di quello associativo non rende il primo acausale ed, anzi, produce l’effetto opposto di innestare sulle causali tipiche che giustificano il licenziamento quelle che legittimano l’esclusione [11].

Se l’esclusione ha, dunque, questa doppia valenza, non vi è alcuna necessità di un atto autonomo di licenziamento [12], essendo sufficiente la delibera di esclusione a produrre la cessazione di entrambi i rapporti, sociale e lavorativo, e a portare a conoscenza del lavoratore il recesso da entrambi i rapporti [13].

A fortiori, però, la delibera deve essere comunicata al socio lavoratore: la soluzione appare rispondente sia alla disciplina generale ex art. 2533 c.c., u.c., sia a quella speciale ex legge n. 142/2001 «… per la valenza costituzionale rivestita del rapporto di lavoro la necessità della cui protezione non sarebbe per nulla garantita ove potesse prodursi la sua estinzione, anche ex lege, pur in difetto di qualsivoglia comunicazione al lavoratore dell’atto che la produce (ancorché di natura societaria). Sarebbe poi, in ogni caso, illogico e paradossale che un atto con effetti estintivi duplici – che autorizza a non emettere alcun licenziamento per estinguere il rapporto di lavoro o che renderebbe carente di interesse la stessa controversia pendente sul licenziamento comunque già intimato – possa essere adottato senza essere neppure comunicato al lavoratore» [14].

5. La tutela processuale: il rito applicabile

Occorre definire, a questo punto, quale sia il Giudice da adire; invero, l’attribuzione delle controversie tra socio e cooperativa alla cognizione del Giudice del lavoro o a quello ordinario non pone un problema di competenza, bensì di rito e di ripartizione degli affari all’interno del Tribunale, quale ufficio giudiziario [15].

Però, se è evidente che, nella maggior parte dei casi, il problema si risolve in una questione di rito, è pur vero, che ciò non è affatto privo di rilievo dal momento che la specialità del rito del lavoro è ispirata al favor nei confronti del lavoratore, che non si rinviene negli altri processi speciali; si pensi alla disciplina del costo e dei tempi del processo, nonché a diversi istituti quali gli effetti della conciliazione giudiziale contenente rinunce o transazioni, l’esecu­zione coattiva del credito sulla base del dispositivo, i poteri istruttori del Giudice del lavoro ex art. 421 c.p.c. [16].

In realtà, l’individuazione del rito da seguire per l’impugnativa dell’esclu­sione/licenziamento è operazione complessa a causa della formulazione “ambigua” – anche sul punto – dell’art. 5, comma 2, legge n. 142/2001.

Infatti, questa norma, prima della novella dell’art. 9 del d.lgs. n. 276/2003, attribuiva al Giudice ordinario una “competenza” residuale esclusivamente sulle controversie relative a profili associativi. Invece, tutte le volte in cui la domanda coinvolgeva, anche indirettamente, aspetti inerenti al rapporto di lavoro, essa doveva essere devoluta alla competenza del Giudice del lavoro. La cognizione di quest’ultimo era prevista anche nel caso di controversie nascenti dalla sovrapposizione dei due rapporti, grazie al meccanismo della connessione (art. 40 c.p.c.), che evitava la duplicazione dei giudizi, riunendoli innanzi a questi [17].

Tale assetto normativo è stato messo in discussione dal novellato comma 2 dell’art. 5, che ha espunto ogni riferimento al Giudice del lavoro, disponendo che «Le controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica sono di competenza del tribunale ordinario». Il riferimento nella nuova previsione all’espressione “prestazione mutualistica” non ha risolto, ed anzi ha accentuato, il problema della possibile interferenza dei due riti e della scelta di essi.

A ciò si aggiungano tutte le vicissitudini delle norme “collaterali” al richiamato art. 5 della legge n. 142.

Si fa riferimento all’art. 40 c.p.c., riformato dall’art. 1, del d.lgs. n. 5/2003, che prevede(va) che, nel caso di connessione tra una causa compresa nell’am­bito applicativo del medesimo art. 40 ed altra concernente uno dei rapporti di cui all’art. 409 c.p.c., i procedimenti connessi fossero sottoposti al rito di cui al decreto legislativo medesimo id est quello societario, in forma collegiale.

Ebbene, l’art. 1 del d.lgs. n. 5/2003 è stato abrogato ex lege n. 69/2009 non prima, però, di essere oggetto del vaglio della Corte Costituzionale. Infatti, è stata sollevata la questione di legittimità di detta norma rispetto agli artt. 3, 24, 35 e 76 Cost. e la Corte, con sentenza del 28 marzo 2008, n. 71, ha considerato assorbente, rispetto ai vari profili di illegittimità costituzionale sollevati, il contrasto con l’art. 76 Cost., ritenendo palese l’eccesso di delega; così, ha con­cluso affermando che l’art. 1 del d.lgs. n. 5/2003 non possa prevedere che, in caso di connessione tra cause di cui una sia compresa nell’art. 409 c.p.c., prevalga il rito societario [18].

Invero, con ordinanze del 28 dicembre 2005 e dell’8 febbraio 2006 del Tribunale di Genova, era stata già sollevata una questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 1, lett d) della legge n. 30/2003 di modifica all’art. 5 della legge n. 142, rispetto agli artt. 3, 24, 35 e 76 Cost., nella parte in cui esso sembrava sottrarre al Giudice del lavoro le controversie tra i soci attinenti all’oggetto sociale, modificando l’art. 5, comma 2, legge n. 142/2001 [19].

Alla lunghezza dell’ordinanza di rimessione fa riscontro una pronuncia della Corte Costituzionale, (ord.) del 28 dicembre 2006, n. 460, breve e concisa, che ritiene la questione di legittimità sottopostale inammissibile in quanto, sostanzialmente, fondata su interpretazioni del dettato normativo contraddittorie e fuorviate da giudizi di valore [20]. Dunque, la Corte Costituzionale esclude un’interpretazione che consenta al Giudice ordinario di conoscere le controversie di lavoro ma non affronta, ancora una volta, i problemi che però le sovrapposizioni di rapporti, rectius giudizi, effettivamente pongono.

Le ragioni appena accennate e, cioè, l’innegabile ambiguità della formulazione dell’art. 5, comma 2, legge n. 142/2001 e la sua dichiarata illegittimità costituzionale (supra), l’abrogazione del rito societario e della nuova formulazione dell’art. 40 c.p.c. che consentiva l’attrazione al rito societario di ogni questione connessa, e poi ancora, l’istituzione delle sezioni specializzate del­l’impresa dall’art. 3, commi 1 e 2, d.lgs. n. 168/2003 (come modificato dal­l’art. 2 del d.l. n. 1/2012 conv. in legge n. 27/2012 (istitutive delle sezioni specializzate per l’impresa) [21], hanno prodotto una giurisprudenza di merito fluttuante ed una giurisprudenza di legittimità che solo eufemisticamente si può definire ondivaga [22].

Sostanzialmente, i Giudici di merito si sono divisi tra coloro che hanno ritenuto che la cognizione delle controversie sui soci lavoratori spettasse al Giudice del lavoro [23] e coloro che, al contrario, hanno affermato la cognizione “piena” del Giudice ordinario [24].

Quanto alla Corte di Cassazione, si deve registrare una sequenza di pronunce di segno diverso.

Dapprima, i Giudici di legittimità che, nei primi giudizi successivi alla legge n. 142/2001 sembravano propendere per un’interpretazione più rigorosa dell’art. 5 cit., arrivando, quindi, a ritenere che queste controversie dovessero essere devolute alla cognizione del Giudice del lavoro – residuando per il Giudice ordinario solo le questioni attinenti al rapporto associativo e, cioè, le prestazioni che la società assicura ai soci in termini più vantaggiosi rispetto ai terzi [25] – successivamente, hanno aderito ad una lettura più propensa ad ammettere la cognizione del Giudice ordinario anche quando si controverteva di profili propriamente lavoristici [26].

Da ultimo, si è fatta strada una interpretazione costituzionalmente orientata attraverso la quale i Giudici di legittimità addivengono alla conclusione che sul fronte processuale, l’art. 5, comma 2, legge n. 142/2001, ha contemplato la competenza del giudice ordinario limitatamente alle controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica di cui, tuttavia, non si fornisce un’esatta definizione ed, anzi, nel corpo della sentenza essa viene utilizzata disinvoltamente per indicare, invero, concetti diversi. Si legge, infatti, che «I soci della cooperativa sono, difatti, portatori di uno specifico interesse a che l’attività d’impresa sia orientata al soddisfacimento delle loro richieste di prestazioni (mutualistiche) [id est rapporto mutualistico cioè, di cambio? NDR] ed alle condizioni più favorevoli consentite dalle esigenze di economicità nella condotta dell’impresa sociale; tale interesse è realizzabile dal socio azionando i mezzi di tutela predisposti dal diritto societario, qualora la gestione dell’impresa sociale non sia improntata al rispetto dello scopo mutualistico o abbia leso diritti del socio. Dall’altro lato, l’art. 2533 c.c., regola l’ambito di applicabilità dell’esclusione del socio, includendo – tra le diverse ipotesi – le gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico. L’ambito della competenza del giudice ordinario è, pertanto, circoscritto alle controversie aventi un oggetto riconducibile nell’alveo della prestazione mutualistica» [27].

La stessa ordinanza continua, affermando che il principio «vale anche nel nuovo contesto normativo segnato dalla l. n. 27 del 2012, poiché il principio della vis attractiva del rito del lavoro costituisce una regola a cui deve riconoscersi carattere generale e preminente per gli interessi di rilevanza costituzionale che la norma processuale è preordinata a garantire. In conformità a tale principio, [forzando la portata letterale della norma, NDR] deve provvedersi all’interpretazione della locuzione “ragioni di connessione” di cui al d.lgs. n. 27 giugno 2003, n. 168, art. 3, comma 3, nel senso che il regime della connessione, ove riferibile al cumulo di cause relative al rapporto mutualistico e al rapporto lavorativo, comporta il radicamento della competenza per le cause connesse dinanzi al giudice del lavoro».

Se in linea di principio, si può condividere una siffatta lettura – volta sostanzialmente, a valutare attraverso un adeguato bilanciamento degli interessi, tanto quello sociale ad un corretto svolgimento del rapporto associativo quanto la tutela e la promozione del lavoro in cui essenzialmente si rispecchia la funzione sociale di questa forma di mutualità – tuttavia, sembra che si sottovalutino due elementi. Il primo di carattere tecnico-giuridico; l’ordinanza ha per oggetto una controversia che nasce da due atti distinti e cioè l’esclusione dalla compagine associativa ed un licenziamento per giustificato motivo oggettivo e, quindi, non si è nell’ipotesi di licenziamento automatico ex art. 5, comma 2.

L’altro è un elemento di carattere sistematico più generale; se, infatti, si inferisse dal ragionamento della Corte di Cassazione un principio più generale valevole anche per la forma di licenziamento c.d. automatico, come poi in seguito è stato, si rischia di inficiare tutto il disegno della legge n. 142/2001 che costruisce un’ipotesi ad hoc nella quale il rapporto di lavoro, poiché si affianca al rapporto associativo, presenta degli indubbi ed insopprimibili tratti di specialità [28].

Se, quindi, si conviene – e nessuna sentenza lo nega – che sia sufficiente la sola l’esclusione ad estinguere ad un tempo i due rapporti di cui è titolare il socio, questi deve impugnare soltanto la relativa delibera innanzi al Giudice ordinario ex art. 2533 c.c. per vedersi ricostituire, ed è questo il punto nodale della vicenda, tanto il rapporto associativo, tanto quello di lavoro.

6. (Segue) L’inapplicabilità dell’art. 18 Stat. Lav: simul stabunt, simul cadent, simul … restituentur

L’automatismo della caducazione del rapporto di lavoro, in seguito al venir meno di quello associativo, è ulteriormente confermato dalla previsione contenuta nell’art. 2 della legge n. 142, cit., secondo il quale “Ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applica la legge 20 maggio 1970, n. 300, con esclusione dell’articolo 18 ogni volta che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo”.

Con quest’ultima disposizione, il legislatore ha voluto rimarcare, innanzitutto, che anche nell’ambito di operatività dell’art. 18 Stat. Lav., non è possibile né impugnare soltanto il licenziamento (nel caso in cui vi sia stato), né la delibera esclusivamente nella parte nella quale dispone l’estinzione del rapporto di lavoro.

Invece, una volta impugnata la delibera, se dovesse essere dichiarata invalida, essa verrebbe meno e con essa anche il licenziamento di cui costituisce il presupposto. Il lavoratore, così, potrebbe ottenere sia il reinserimento nella compagine associativa sia la ricostituzione del rapporto di lavoro [29].

Se è pure così evidente il senso della norma e l’intento del legislatore, è chiaro che le pronunce così altalenanti sul rito applicabile e, quindi, sul Giudice ‘competente’ incidono anche sul regime di tutele.

Infatti, laddove si ritenga che la cognizione delle controversie debba essere devoluta al Giudice del lavoro, quest’ultimo utilizzerà le tutele a sua disposizione a partire da quella reintegratoria ex art. 18 Stat. Lav., contraddicendo, però, la portata letterale dell’art. 2 della legge n. 142 cit., ma, soprattutto, l’impianto generale della norma che vede la prevalenza del rapporto associativo su quello lavorativo e, quindi, un “effetto domino” tanto nell’estinzione tanto nella ricostituzione, indipendentemente dall’ambito di applicazione dell’art. 18 Stat. Lav.

Perciò, anche sull’esatta interpretazione dell’art. 5, comma 2, legge n. 142 e, quindi, sulla tutela applicabile, vi è una varietà di pronunce e domina un’incertezza assoluta.

Si riscontrano pronunce, appunto, nella quali si sostiene che, nel caso di declaratoria di illegittimità della delibera di esclusione, trovi, in ogni caso applicazione la tutela reintegratoria ex art. 18 Stat. Lav [30]; altre nelle quali si ipotizza la tutela ex art. 8 della legge n. 604/1966 [31].

Nella quasi totalità di esse, invece, si parla genericamente di ricostituzione del rapporto «indipendentemente dai requisti dimensionali dell’art. 18 Stat. Lav.» [32]; evidentemente, esse non possono fare riferimento alla tutela reale ex art. 18 Stat. Lav., vieppiù se estesa anche oltre (quello che era) il suo ambito di applicazione.

Quindi, l’esclusione testuale dell’applicazione dell’art. 18 Stat. Lav. affermata nell’art. 5, comma 2, legge n. 142/2001 deve condurre a qualificare ulteriormente la “ricostituzione”, riconducendola necessariamente al principio di inscindibilità dei due rapporti di cui è titolare il socio lavoratore i quali sono avvinti da un nesso negoziale per il quale simul stabuntsimul cadentsimul restituentur.

Il socio lavoratore ha diritto, quindi, indipendentemente dall’ambito di applicazione della tutela reale, alla ricostituzione del rapporto e, a titolo risarcitorio, alle retribuzioni maturate dalla data della cessazione del rapporto a quella della sua ricostituzione dedotto l’aliunde perceptum (senza il minimum delle cinque mensilità e senza la possibilità di chiedere le quindici mensilità in luogo della reintegra come disponevano i commi 4 e 5 dell’art. 18).

Pertanto, non trovando applicazione l’art. 18 Stat. Lav., risultano indifferenti le sue modifiche in seguito alla legge n. 92/2012 e peraltro, si deve aggiungere che anche al socio lavoratore assunto dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 23/2015 si applicherà la ricostituzione del rapporto di lavoro e non già le tutele previste per il contratto a tutele crescenti [33].

7. Brevi osservazioni conclusive

Tirando le fila del ragionamento fin qui condotto, si può osservare che, paradossalmente, al socio lavoratore oggi è riservata una tutela del tutto peculiare e, per certi aspetti, rafforzata.

D’altra parte, questo rapporto di lavoro ha già sperimentato una tutela più avanzata ed inedita rispetto ai lavoratori subordinati tout court a partire dalla recente pronuncia della Corte costituzionale che ha affermato che il Giudice nel definire la proporzionalità e la sufficienza del trattamento economico da corrispondere al socio-lavoratore deve utilizzare quale parametro esterno di commisurazione un ccnl “qualificato” id est «[…], contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, […]» [34].

La posizione di maggior favore è possibile proprio per la specialità della figura del socio lavoratore, al quale non si applica automaticamente la disciplina del rapporto di lavoro e ben si inserisce nella costruzione giuridica della legg n. 142/2001. Quest’ultima rappresenta un equilibrato sforzo di contemperare e perseguire interessi diversi: la tutela dei lavoratori ma, anche, la tutela della libera concorrenza tra imprese minacciata dalla presenza sul mercato di cooperative ‘autorizzate’  ̶  prima della sua entrata in vigore  ̶  ad avvantaggiarsi sulle altre attraverso una gestione della forza lavoro (quella messa a disposizione dai soci) più flessibile e, soprattutto, meno costosa.

Per questo motivo, ogni operazione ermeneutica volta a propendere per un interesse rispetto ad un altro conduce a sbilanciare indebitamente questa costruzione ed alterarne l’equilibrio.

Le storture che quotidianamente si riscontrano nelle cooperative e nell’uti­lizzo dei rapporti di lavoro sono, invero, da ascrivere alla falsa cooperazione, che genera occupazione di scarsissima qualità, facendo, al tempo stesso, concorrenza sleale alle altre imprese; fuorvianti e, peraltro, vani sono i tentativi di combattere questo triste fenomeno forzando il dato normativo della legge n. 142/2001 che rappresenta invece la sintesi, certo a volte imperfetta, delle tensioni e connaturate ambiguità che caratterizzano la vera cooperazione.

 

NOTE

[1] Per una ricostruzione del tema, cfr., L. IMBERTI, Il socio lavoratore di cooperativa, Giuffrè, Milano, 2012, 221 ss.; G. CANAVESI, Rapporto sociale, rapporto mutualistico e prestazione lavorativa del socio di cooperativa, in M. PERSIANI(a cura di), I nuovi contratti di lavoro, Utet, Torino, 2010, 823 ss.; M. RANIERI, Prestazione del socio lavoratore e problemi qualificatori, in A. GENTILE, A. LAUDONIO, M. RANIERI (a cura di), Temi e problemi in materia di cooperazione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, 7 ss.; M. VINCIERI, Lavoro nelle cooperative, in Dig. disc. priv., sez. comm., Agg., Milano, 2008, 494 ss. Sia consentito anche il riferimento a S. LAFORGIA, Il lavoro in cooperativa, in Mass. giur. lav., 2013, 860 ss.

[2] Così C. ZOLI, Le modifiche alla riforma della posizione giuridica del lavatore di cooperativa, in M.T. CARINCI (a cura di), La legge delega in materia di occupazione e mercato del lavoro, Ipsoa, Milano, 2003, 287; C. CESTER, La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa: una controriforma?, in L. MONTUSCHI, P. TULLINI (a cura di), Le cooperative ed il socio lavoratore. La nuova disciplina, Giappichelli, Torino, 2004, 26 ss.; M. BARBIERI, Cinque anni dopo: il rapporto di lavoro del socio di cooperativa tra modifiche legislative, dottrina e giurisprudenza, Cacucci, Bari, 2006, 541 ss.; L. DE ANGELIS, Il lavoro nelle cooperative dopo la L. 142/2001: riflessioni a caldo su aspetti processuali, in Lav. giur., 2001, 817 ss.; G. MELIADÒ, La nuova legge sul lavoro cooperativo, in R. DE LUCA TAMAJO, M. RUSCIANO, L. ZOPPOLI (a cura di), Mercato del Lavoro e vincoli di sistema, ESI, Napoli, 2004, 184 ss.; contra D. VEDANI, Le cooperative di lavoro. Profili lavoristici, societari e tributari, Ipsoa, Milano, 2004, 92; D. BUONICRISTIANI, Esclusione o licenziamento del socio lavoratore di cooperativa?, in Riv. trim. dir. civ., 2003, 131 ss.

[3] Così E. GRAGNOLI, Collegamento negoziale e recesso intimato al socio-lavoratore, in Lav giur., 2007, 407 ss.; L. RATTI, Mutualità e scambio nella prestazione di lavoro del socio di cooperativa, in Arg. dir. lav., 2008, 742 ss.

[4] Così D. GAROFALO, Gli emendamenti alla disciplina del socio lavoratore di cooperativa contenuta nel ddl 848-bis, in Lav. giur., 2003, I, 7; M. MISCIONE, La reductio ad unitatem del doppio rapporto, in D. GAROFALO, M. MISCIONE(a cura di), La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa, Ipsoa, Milano, 2002, 20 ss. e 35; C. CESTER, La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa: una controriforma?, cit., 25 ss.; contra L. FERLUGA, Tutela del socio lavoratore tra profili lavoristici e societari. Riflessioni sulla L. n. 142/2001 e successive modifiche, Giuffrè, Milano, 2005, 105.

[5] Così M. PALLINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa dopo le riforme del 2003, in Riv. giur. lav. 2004, II, 209; C. CESTER, La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa: una controriforma?, cit., 6 ss.

[6] A questo proposito, con particolare riferimento all’art. 1455 c.c. C. ZOLI, Le modifiche alla riforma della posizione giuridica del socio lavatore di cooperativa, cit., 288, sottolinea: «possono operare ragioni di carattere soggettivo, “ovvero gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge …, anch’esse più estensive di quelle che integrano gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo di licenziamento. Al riguardo è, dunque, necessario rifarsi alle soluzioni elaborate dalla dottrina e in giurisprudenza, secondo cui la gravità dell’inadem­pimento in concreto addebitato al socio deve essere valutata alla stregua dell’art. 2286 c.c., applicabile alle cooperative in forza del rinvio operato dall’art. 2533.c.c.». La giurisprudenza, però, ha ammesso espressamente che nello statuto delle società cooperative possa essere ammessa l’irrilevanza del requisito della gravità dell’inadempimento di obbligazioni derivanti dalla legge o dal contratto sociale: Cass. 14 luglio 2000, n. 9356, in Mass. giust. civ., 2000, 1550; Cass. 26 novembre 1994, n. 10102, in Contratti, 1995, 145; Cass. 16 aprile 1992, n. 4659, in Mass. giust. civ., 1992, 4; Cass. 27 agosto 1987, in Foro it., 1988, I, 444; Cass. 27 giugno 1987, n. 5710, in Mass. giust. civ., 1987, 6; App. Cagliari, 13 febbraio 1956, in Riv. notar., 1956, 284. Più ragionevolmente, Cass. 5 luglio 2011, n. 14741, con nota di A. Guariso, in Riv. crit. dir. lav., 2011, 710 ss. e, con nota di S. Costantini, L’esclusione del socio lavoratore dalla cooperativa. Note a margine, in Lav. dir., 2012, 99 ss. e con nota di M. Vincieri, Esclusione e licenziamento: quali tutele per il socio lavoratore di cooperativa?, in Riv. dir. lav., 2012; II, 858 ss.; rileva che «ai sensi dell’art. 2533 c.c., l’inadempimento deve essere qualificato in termini di specifica gravità…, al pari di quanto prescrive la L. n. 604 del 1966, art. 3, con riferimento al giustificato motivo soggettivo». Quanto, poi, all’irrilevanza della gravità dell’inadem­pimento convenuto dalle parti quale causa di risoluzione espressa a norma dell’art. 1456 c.c.

[7] Si dissente, perciò, da quella lettura delle norme in questione – cfr. M. PALLINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa dopo le riforme del 2003, cit., 213 – secondo la quale sarebbe illegittimo un licenziamento del socio determinato da una sua esclusione per un inadempimento dell’obbligazione di lavoro che non sia riconducibile né alla giusta causa né al giustificato motivo soggettivo dal momento che ciò costituirebbe un’illegittima disapplicazione della disciplina legale del rapporto di lavoro subordinato.

[8] Così M. TREMOLADA, Estinzione del rapporto di lavoro, in L. NOGLER, M. TREMOLADA, C. ZOLI, (a cura di), La riforma della posizione giuridica del socio lavoratore, in Nuove leggi civili comm., 2002, 396 ss. Contra, D. VEDANI, Le novità per il socio lavoratore di cooperativa, in Dir. prat. lav., 2001, 1307, spec. 1310.

[9] A tale proposito cfr. M. BARBIERI, Cinque anni dopo: il rapporto di lavoro del socio di cooperativa tra modifiche legislative, dottrina e giurisprudenza, cit., 541.

[10] Le ipotesi di risoluzione del rapporto ope legis sono espressamente previste dal legislatore; v., ad esempio, art. 6, legge n. 407/1990, nel caso di raggiungimento dell’età anagrafica per il pensionamento; l’art. 5, legge n. 97/2001, in tema di risoluzione del rapporto dei dipendenti pubblici in caso di condanna penale definitiva; da ultimo, l’art. 72, comma 11, d.l. n. 112/2008, conv. nella legge n. 133/2008, come modificato dall’art. 17 comma 35 – novies, d.l luglio 2009 conv. in legge n. 102 del 3 agosto 2009 nel caso del dipendente pubblico che abbia maturato 40 anni di effettiva anzianità di servizio.

[11] Si legga G. LUDOVICO, Esclusione del socio lavoratore e cessazione del rapporto di lavoro nell’ambito della l. n. 142/2001, nota a Trib. Milano, 1 febbraio 2003, in Riv. it. dir. lav., 2003, II, 543.

[12] Cfr. M. BARBIERI, Cinque anni dopo: il rapporto di lavoro del socio di cooperativa tra modifiche legislative, dottrina e giurisprudenza, cit., 544 ss.; D. VEDANI, Le cooperative di lavoro. Profili lavoristici, societari e tributari, cit., 90; diversamente, M. PALLINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa dopo le riforme del 2003, cit., 211; L. DE ANGELIS, La disciplina del lavoro cooperativo dopo la l. 14 febbraio 2003, n. 30, La disciplina del lavoro cooperativo dopo la l. 14 febbraio 2003, n. 30, in L. MONTUSCHI, P. TULLINI (a cura di), Le cooperative ed il socio lavoratore. La nuova disciplina, Giappichelli, Torino, 2004, 29 ss., spec. 34. Questo orientamento si è affermato anche in giurisprudenza (v. Trib. Bologna, 24 luglio, 2007, con nota di A. MONTANARI, Esclusione e licenziamento del socio lavoratore di cooperativa: disciplina legislativa e problemi applicativi, nota a, in Mass. giur. lav., 2004, 519; in giurisprudenza v. anche Trib. Bologna, 13 marzo 2005, in Riv. crit. dir. lav., 2005, 276).

[13] Così Cass. 12 febbraio 2005, n. 2802, in Riv. it. dir. lav., 2015, 4, II, 1122, con nota di C. GAMBA, Questioni processuali controverse sulla tutela del socio di cooperativa estromesso; v. da ultimo, Cass. 13 maggio 2016 n. 9916; Cass. 1° aprile 2016, n. 6373; Cass. 26 febbraio 2016, n. 3836 in Dir. rel. ind., 2016, 819 ss., con nota di L. IMBERTI, Canti e controcanti nella giurisprudenza della Cassazione in materia di esclusione e licenziamento del socio lavoratore di cooperativa.

[14] Così Cass. 1° aprile 2016 n. 6373 cit. secondo la quale, quindi, «Per quanto attiene la speciale figura del rapporto di lavoro del socio di cooperativa, la disciplina di legge (ex art. 2533 c.c.) va integrata nel senso che alla delibera di esclusione si applicano, in base ad una esigenza di coerenza logica e di sistema, quanto agli oneri di comunicazione, i medesimi principi valevoli per il provvedimento di licenziamento».

[15] Espressamente in tal senso, D. DALFINO, La tutela processuale del socio lavoratore di cooperativa, in Riv. giur. lav., 2004, I, 259 ss.

[16] Cfr. R. RIVERSO, La controriforma sulla competenza in materia di controversie tra socio lavoratore e cooperativa attuata con l’art. 9 L. 30/2003, in Lav. giur., 2003, 1017 ss. Sul punto, si sofferma molto Trib. Lecce (ord.), 28 luglio 2004, cit., mettendo in luce eventuali profili di illegittimità costituzionale in caso di totale devoluzione di tali controversie al Giudice ordinario.

[17] In tal senso, R. RIVERSO, I profili processuali della legge n. 142 del 2001, in L. MONTUSCHI, P. TULLINI, (a cura di), Lavoro e cooperazione tra mutualità e mercato, Giappichelli, Torino, 200, 84; ID., La controriforma sulla competenza in materia di controversie tra socio lavoratore e cooperativa attuata con l’art. 9 L. 30/2003, cit., 1018; S. PALLADINI, Il lavoro nelle cooperative oltre il rapporto mutualistico, Cedam, Padova, 2006, 232 ss.; G. SPOLVERATO, La nuova disciplina processuale: l’estensione del rito del lavoro alle controversie inerenti al rapporto di lavoro del socio in qualsiasi forma si svolga, in D. GAROFALO, M. MISCIONE (a cura di), La nuova disciplina, cit. 20 ss.; così G. DONDI, La disciplina della posizione del socio di cooperativa dopo la c.d. legge Biagi, in Arg. dir. lav., 2004, 85.

[18] Si legga in Riv. crit. dir. lav., 2008, I, 90 ss., con nota di A. GUARISO, E finalmente finì la peregrinazione del socio lavoratore da un giudice all’altro; F. ALVARO, Il rito del lavoro prevale su quello societario, in Riv. it. dir. lav., 2008, II, 772 ss.; L. PERINA, La decisione della Corte costituzionale in materia di connessione e i riflessi sul rito del lavoro, in Mass. giur. lav., 2008, 726 ss.; S. VALLONE, Il commento, in Lav. giur., 2008, 796 ss. Sia consentito anche il rinvio a S. LAFORGIA, La tutela processuale del socio lavoratore al vaglio della Corte Costituzionale, in Arg. dir. lav., 2008, 1468.

[19] In Riv. crit. dir. lav., 2006, 310, con nota di A. Guariso, Il rito del socio lavoratore alla Corte Costituzionale: il tassello mancante; nonché in Riv. it. dir. lav., 2006, II, 530 ss., con nota di L. VALENTE, La nuova disciplina della competenza sulle controversie tra socio e cooperativa davanti alla Corte Costituzionale.

[20] In Riv. it. dir. lav., 2007, II, 540, con nota di L. IMBERTI, Disciplina processuale per le controversie tra socio lavoratore e cooperativa: La Corte Costituzionale non prende posizione e il problema rimane aperto, nota a Corte cost. (ord.), 28 dicembre 2006, in Riv. it. dir. lav., 2007, II, 540 ss. e con nota di M. VINCERI, I problemi di rito nelle controversie tra soci lavoratori e cooperative: Giudice del lavoro o giudice ordinari?”, in Arg. dir. lav., 3, 2007, 647 ss.

[21] Cfr. art. 3, comma 2, d.lgs. n. 168/2003. Le sezioni specializzate sono altresì competenti, relativamente alle società di cui al libro V, titolo V, capi V, VI e VII, e titolo VI, del codice civile, alle società di cui al regolamento (CE) n. 2157/2001 del Consiglio, dell’8 ottobre 2001, e di cui al regolamento (CE) n. 1435/2003 del Consiglio, del 22 luglio 2003, […]. Comma 3. Le sezioni specializzate sono altresì competenti per le cause e i procedimenti che presentano ragioni di connessione con quelli di cui ai commi 1 e 2.

[22] Per una rassegna delle diverse posizioni dottrinali e giurisprudenziali sull’argomento, si veda S. COSTANTINI, Orientamenti dottrinali e giurisprudenziali sulle controversie fra socio lavoratore e cooperativa, in Dir. lav. merc., 2010, I, 180 ss.; ID., L’esclusione del socio lavoratore della cooperativa. Note a margine, in Lav. dir., 2012, 99 ss.

[23] Trib. Milano (ord.) 17 luglio 2004, in Riv. crit. dir. lav., 2004, 701 ss.; Trib. Bari 21 dicembre 2004, su www.altalex.com, con nota di V. AMENDOLAGINE, Simultaneus processus, profili lavoristici ed art. 40, terzo comma, c.p.c.: una quaestio juris aperta sul rito applicabile; Trib. Udine (ord.) 9 settembre 2004, inedita; Trib. Udine (ord.) 28 dicembre 2004, inedita; Trib. Pavia 16 marzo 2007, inedita; v. ancora Trib. Trani 23 aprile 2007, in www.diritto
deilavori.it
; Trib. Genova 28 gennaio 2008, in Riv. crit. dir. lav., 2008, 354; Trib. Vigevano (ord.) 11 febbraio 2009, ivi, 2009, 297 ss., con nota di M. MAFFUCCINI, Ricorso ex art. 700 c.p.c. e presunta applicabilità del rito societario; Trib. Milano 12 febbraio 2009, ibidem, 556 ss., con nota di G. BIAMONTE; Trib. Voghera 5 luglio 2010, in Riv. crit. dir. lav., 2010, 907 ss., con nota di M. MAFFUCCINI; Trib. Matera 9 gennaio 2013 (ord.) in Arg. dir. lav., 3, 2013, 681 ss., con nota di S. LAFORGIA, L’impugnativa dell’esclusione e del contestuale licenziamento del socio lavoratore di cooperativa: ancora una questione aperta.

[24] A cominciare da Trib. Milano (ord.) 31 maggio 2001, in Riv. crit. dir. lav., 2001, 1137, con nota di E. POLIZZI, La transizione verso la l. 142/2001: ingiustificate incertezze nella tutela del “vecchio socio”; v. Trib. Genova (ord.) 26 luglio 2002, in Lav. giur., 2004, 159 ss., con nota di L. IMBERTI, Primi interventi giurisprudenziali in tema di esclusione e licenziamento del socio lavoratore di cooperative; Trib. Genova (ord.) 2 novembre 2002, in Riv. crit. dir. lav., 2003, 467 ss., con nota di S. BALESTRO, “Primi approdi della giurisprudenza sul nuovo lavoro in cooperativa”; Trib. Milano (ord.) 12 dicembre 2002, ivi, 2003, 198; Trib. Milano (ord.) 28 aprile 2003, ibidem, 735; Trib. Monza (ord.) 12 maggio 2003, in Foro it. I, 2003, 3451 ss., con nota di G. RICCI, Il lavoro nelle cooperative tra riforma e controriforma; Trib. Lecce (ord.) 28 luglio 2003, in www.lpp.it.; Trib. Lecce (ord.) 14 agosto 2003, in Foro it. 2003, I, 3451; Trib. Voghera (ord.) 2 ottobre 2003, in Riv. crit. dir. lav., 2003, 735; Trib. Milano 28 novembre 2003, n. 3370, in Mass. giur. lav., 2004, 420; App. Potenza 4 dicembre 2003, in Riv. crit. dir. lav., 2004, 197; Trib. Salerno 18 dicembre 2003, in Lav. giur., 2004, 1006; Trib. Parma (ord.) 1° marzo 2004, cit.; Trib. Firenze (ord.) 26 aprile 2004, in Riv. crit. dir. lav., 2004, 709 ss., con nota di F. BERNINI, Controversia tra socio e cooperativa e cognizione del giudice del lavoro; Trib. Torino 30 giugno 2004; Trib. Milano 19 aprile 2005; Trib. Milano (ord.) 3 maggio 2005; Trib. Udine (ord.) 17 luglio 2004; Trib. Milano 3 maggio 2005, tutte con nota di A. GUARISO, M. MAFFUCCINI, Cooperative: rito e competenza alla prova del nuovo diritto societario, in Riv. crit. dir. lav., 2005, 275 ss.; Trib. Pinerolo 22 marzo 2005, in Giur. mer., 2005, 1825 (s.m.); Trib. Milano (ord.) 26 maggio 2006, in Riv. crit. dir. lav., 2006, 641 ss., con nota di T. LARATTA, S. ROMANOTTO, Il socio lavoratore costretto tra competenza e rito applicabile; Trib Bari 19 aprile 2007, in http.giurisprudenzabarese.it; Trib. Trani 27 luglio 2007, inedita; Trib. Milano 15 dicembre 2008 (ord.), cit.; Trib. Ravenna, 29 aprile 2009, in Riv. crit. dir. lav., 2009, 2, 566 ss.; Cass. 6 dicembre 2010 (ord.), in Foro it., 2011, 9, I, 2264 e con nota di M. VINCIERI, Sulla dibattuta questione dell’applicabilità del rito ordinario alle controversie tra soci lavoratori e cooperativeRiv. it. dir. lav., 2011, 4, II, 482; Trib. Milano 27 novembre 2012 (ord.), in Arg. dir. lav., 3, 2013, 681 ss., con nota di S. LAFORGIA, cit.

[25] Si fa riferimento, ad esempio, a Cass. 18 gennaio 2005 (ord.), cit., che si pronuncia su un regolamento di competenza richiesto d’ufficio [cfr. Trib. Tortona (ord.) 18 ottobre 2003] (in Riv. it. dir. lav., 2005, II, 706 con nota di M. PALLINI, Il riparto di competenza processuale nelle controversie tra socio lavoratore e società cooperativa; in Riv .it. dir. lav., 2006, II, 328 ss., con nota di M. ARIOTI BRANCIFORTI; in Mass. giur. lav., 2005, 11, 882 ss. con nota di G. FRANZA, Esclusione del socio di cooperativa e cessazione del rapporto di lavoro: quale è il Giudice competente?, cit.; in Riv. crit. dir. lav., 2005, 275 ss., con nota di A. GUARISO, M. MAFFUCCINI, Cooperative: rito e competenza alla prova del nuovo diritto societario, cit., 275; in Riv. giur. lav., 2005, II, 736 ss., con nota di M. PARPAGLIONI, Socio lavoratore di cooperativa: la competenza processuale; v anche D. VEDANI, Socio lavoratore di cooperativa: quale tutela per le controversie?, in Dir. prat. lav., 2005, 853 ss.

[26] Si fa riferimento, in particolare, a Cass. (ord.) 5 luglio 2010, n. 24692, ma anche a Cass. 5 luglio 2011, n. 14741, con nota di S. COSTANTINI, L’esclusione del socio lavoratore dalla cooperativa. Note a margine, in Lav. dir., 1, 2012, 99 ss.; Cass. 5 luglio 2010, n. 24692, con nota di M. VINCIERI, Sulla dibattuta questione dell’applicabilità del rito ordinario alle controversie tra soci lavoratori e cooperative, in Riv. dir. it. lav., cit., 1206 ss.; in Foro it., 2011, I, 2264; si leggano con Trib. Velletri 12 luglio 2011, con nota di G. CANAVESI, Esclusione del socio lavoratore ed estinzione del rapporto di lavoro, in Mass. giur. lav., 2012, 128 ss.; Ibidem, con nota di A. POMPEI, 142 ss.; Cass. 6 agosto 2012, n. 14143, 9.

[27] Così Cass. (ord.) 21 novembre 2014, n. 24917, in Arg. dir. lav., 2013, II, 681 ss. con nota di S. LAFORGIA, cit. e su www.questionegiustizia.it, con nota adesiva di R. RIVERSO, Interpretazione costituzionalmente orientata, esclusione del socio di cooperativa e competenza del giudice del lavoro.

[28] Cass. 27 luglio 2016, n. 15798; Cass. 15 febbraio 2016, n. 12353; Cass. 25 maggio 2016, n. 10840; Cass. 23 maggio 2016, n. 10677. Leggile su Banca dati De jure, Giuffrè, Milano.

[29] In dottrina, in questo senso, C. ZOLI, Le modifiche alla riforma della posizione giuridica del socio lavatore di cooperativa, cit., 291; L. DE ANGELIS, L’esclusione e il licenziamento del socio lavoratore tra diritto e processo, in Lav. giur., 2002, 605 ss.; G. DONDI, La disciplina della posizione del socio di cooperativa dopo la c.d. legge Biagi, cit., 71 ss.; C. CESTER, La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa: una controriforma? (Prime osservazioni sull’art. 9 della legge 14 febbraio 2003 n. 30), cit., 581; M. BARBIERI, Il lavoro nelle cooperative, cit., 369; diversamente G. SPOLVERATO, L’estensione ai soci lavoratori dello Statuto dei lavoratori: in particolare la questione dell’applicabilità dell’art. 18 nel caso di licenziamento del socio, in D. GAROFALO, M. MISCIONE (a cura di), La nuova disciplina, cit., 77, che distingue tra le ipotesi in cui sia legittima o meno l’esclusione e quando sia legittimo o meno il licenziamento. Si applicherebbe l’art. 18 solo nel caso di illegittima esclusione, negli altri casi la tutela obbligatoria o la tutela civilistica; D. DALFINO, La tutela processuale del socio lavoratore di cooperativa, cit., 267 ss. Per la tutela obbligatoria, propende R. RIVERSO, I profili processuali della legge n. 142 del 2001, cit., 84; M. PALLINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa dopo le riforme del 2003, cit., 217, che aggiunge: «La ricostituzione del rapporto associativo che consegue naturalmente alla rimozione degli effetti della delibera di esclusione una volta annullata, quindi, non comporta la reintegra nel posto di lavoro perduto, ma si limita a porre nuovamente il socio in una condizione di parità con gli altri soci nell’assegnazione dei futuri impieghi di lavoro secondo la regolamentazione statutaria». Cfr. A. MONTANARI, Esclusione e licenziamento del socio lavoratore di cooperativa: disciplina legislativa e problemi applicativi, nota a Trib. Bologna 24 luglio, 2007, cit., 519; in giurisprudenza v. anche Trib. Bologna 13 marzo 2005, in Riv. crit. dir. lav., 2005, 276. Escludono qualsiasi tutela, D. SIMONATO, Il lavoro del socio in cooperativa, in C. CESTER (a cura di), Il rapporto di lavoro subordinato: costituzione e svolgimento, in F. CARINCI (diretto da), Il diritto del lavoro. Commentario, Utet, Torino, 2007, II, 110. E, più comprensibilmente, prima della riforma, A. MARESCA, Il rapporto di lavoro subordinato del socio di cooperativa, cit., 34; M. TREMOLADA, Estinzione del rapporto di lavoro, cit., 394.

[30] Cass. 4 giugno 2015, n. 11548; Cass. 23 gennaio 2015, n. 1259 su Banca dati De jure, Giuffrè, Milano.

[31] Invero, si tratta di sentenze di merito. Cfr. Trib. Milano (ord.) 3 maggio 2005; Trib. Udine (ord.) 17 luglio 2004; Trib. Milano 3 maggio 2005, tutte con nota di A. GUARISO, M. MAFFUCCINI, Cooperative: rito e competenza alla prova del nuovo diritto societario, cit., 275 ss.

[32] Più recentemente, Cass. 13 maggio 2016, n. 9916; Cass. 1° aprile 2016, n. 6373; Cass. 26 febbraio 2016, n. 3836; ma anche, ex multis, Cass. 11 agosto 2014, n. 17864; Cass. 6 agosto 2012, n. 14143; Cass. 8 febbraio 2011, n. 3043; Cass. 5 luglio 2011, n. 14741; Cass. 6 agosto 2012, n. 14143 su Banca dati De jure, Giuffrè, Milano.

[33] Nello stesso senso, L. IMBERTI, Il socio lavoratore di cooperativa, cit., 241.

[34] Si fa riferimento a Corte Cost. 1° aprile 2015, n. 51 che afferma la legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 4, d.l. n. 247/2008 ed enuncia il seguente principio: «La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo». Leggila con nota di A. VALLEBONA, Giochi di parole sull’erga omnes, in Mass. giur. lav., 2015, 490 ss.; con nota di C. RICIPUTI, Contratti collettivi della cooperazione: importante sentenza della Corte costituzionale, in Cooperative ed enti non profit, 6, 2015, 29 ss.; con nota di M. BARBIERI, In tema di legittimità costituzionale del rinvio al ccnl delle organizzazioni più rappresentative nel settore cooperativo per la determinazione della retribuzione proporzionata e sufficiente, in Riv. giur. lav., 2015, II, 494 ss.; con nota di D. SCHIUMA, Il trattamento economico del socio subordinato di cooperativa: la Corte costituzionale e il bilanciamento fra libertà sindacale e il principio di giusta ed equa retribuzione, in Dir. rel. ind., 2015, 823 ss. e con nota di S. LAFORGIA.