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Il concetto di mutualità alla luce della legge n. 142/2001: profili di diritto societario

Matteo L. Vitali (Ricercatore di diritto commerciale dell’Università di Parma)

 

La legge n. 142/2001 ha regolato come noto la figura del socio lavoratore innescando un intenso dibattito (invero già avviatosi prima dell’approvazione della legge speciale) in merito alle relazioni tra il rapporto associativo e il rapporto di lavoro che si vengono a instaurare con il socio-lavoratore. Le questioni connesse alla prevalenza dell’uno piuttosto che dell’altro e le riflessioni – sviluppate sia in ambito gius-lavoristico sia da parte della dottrina commercialistica – in merito alla loro relazione (in termini di collegamento negoziale/funzionale) offrono ancora oggi l’occasione per una riflessione, da una prospettiva societaria, su tali elementi. Il presente contributo, pertanto, ne tiene conto e cerca di osservarli attraverso il prisma della riforma societaria del 2003 che, come noto, è intervenuta in termini sistematici e radicali anche sulla disciplina civilistica delle società cooperativa di cui vengono pertanto presi in considerazione i principi e gli istituti che più possono contribuire a definire il ruolo della mutualità e, al contempo, quello del lavoratore.

The concept of źmutuality╗ according to Law no. 142/1990. Remarks in light of company law rules

Law no. 142/2001 introduced in the Italian jurisdiction a specific set of rules to be applied to employees who were also member of a company (namely worker members). These new rules immediately triggered an intense debate among scholars concerning the interactions among the role of member of a company and an employment relationship. Both company and employment law scholars started to discuss which was the prevailing element (work/
membership) providing with the chance to carry on an updated assessment on such profiles from a company law perspective. This essay takes into account the main opinions recorded among scholars on this point during the last two decades and tries to analyze them through the company law rules’ prism and its 2003 reform. The reform has indeed significantly amended the traditional legal framework (and view) of mutual corporations whose principles and main rules will be considered in this essay to (try to) reshape the concept of ‘mutuality’ and the role of the employees inside a company.

Keywords: Working member, employment relationship, membership, mutuality, company law reform

 

1. Il travagliato approdo alla Legge n. 142/2001

Secondo una prospettiva di diritto societario, la disciplina delle società di cooperazione e lavoro costituisce indubbiamente un fertile terreno per considerazioni di ordine sistematico sia con specifico riguardo alla figura del socio lavoratore, sia con riferimento alle ricadute sulla nozione di mutualità, soprattutto in seguito alla riforma societaria del 2003 [1].

In effetti, i temi che si sviluppano sulla base della disciplina civilistica, e più in particolare intorno alle previsioni della legge 3 aprile 2001, n. 142 (di seguito, semplicemente, la “Legge n. 142/2001”) – con specifico riguardo ai rapporti gerarchici tra il rapporto associativo, che lega il socio cooperatore all’organizzazione dell’impresa cooperativa, e quello lavorativo, funzionale invece all’attuazione dello scopo mutualistico – risultano ancora attuali e di sicuro interesse.

Anche dall’angolazione commercialistica, la dimensione storica del fenomeno e la sua evoluzione risultano essenziali per l’interprete [2]. Non si può pertanto dimenticare che – prima dell’approvazione della legge n. 142/2001 e ancora nel vigore della legge n. 297/1982 – era acceso il dibattito proprio in merito al profilo evidenziato.

Una parte della letteratura infatti riteneva che, in capo al socio lavoratore di cooperativa, sussistesse esclusivamente un rapporto di tipo associativo: in altri termini, il patto sociale di cooperazione si poneva, secondo tale ricostruzione, quale fonte esclusiva del rapporto di lavoro, rimanendo, al contrario, sullo sfondo (o addirittura assente), il rapporto di natura sinallagmatica fondato sullo scambio tra retribuzione e lavoro [3].

Di conseguenza, da una parte, il socio cooperatore diveniva – per effetto del contratto sociale – il destinatario di un fascio di diritti economico-ammi­ni­strativi allo stesso tempo complesso e particolarmente caratterizzante e, dal­l’altra parte, si ponevano conseguenze anche sotto il profilo dell’inquadra­mento della nozione di mutualità, posto che le finalità mutualistiche – secondo tale ricostruzione – finivano per essere realizzate grazie al contratto sociale nel quale il rapporto di lavoro affondava le proprie radici trovandovi al contempo la propria genesi. Coerentemente, gli elementi tipici del rapporto di subordinazione (in primis, la conflittualità con la parte datoriale e l’etero-determina­zione) si ritenevano dissolti, fino a scomparire, all’interno del rapporto societario.

Su tali posizioni si attestava la stessa Corte Costituzionale, seguita poi da alcune rilevanti pronunce della Corte di Cassazione  [4].

Per altre voci, invece, in capo al socio lavoratore di cooperativa era individuabile sia un rapporto di tipo associativo che un rapporto di lavoro: nell’ela­bora­zione di tale tesi “binaria” ha senz’altro avuto un peso significativo il pensiero della dottrina gius-commercialistica che, in particolare con Galgano, ha messo in evidenza la duplicità del rapporto instaurato tra lavoratore e società cooperativa [5].

Nell’ambito di tale dibattito si sono poi fatti strada i principi, contenuti in una nota pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che ha sancito l’equiparazione del rapporto facente capo al socio lavoratore con quello del lavoro subordinato, segnando una prima fondamentale inversione di tendenza nel senso di una ricostruzione evolutiva della disciplina e della distinzione tra i due distinti rapporti facenti capo al socio lavoratore che è stata poi sancita con la legge n. 142/2001 [6], a sua volta – come si vedrà a breve – ulteriormente modificata con l’intervento della legge delega n. 30/2003 che, con approccio che definirei “chirurgico”, ha comportato la soppressione delle parole «e distinto» sancendo – almeno di primo acchito – una preminenza del rapporto associativo rispetto a quello lavoristico.

2. L’interesse del tema sotto il profilo delle regole societarie

L’interesse del tema relativo al socio lavoratore di cooperativa è evidente, a mio modo di vedere, non solo in ambito lavoristico, rispetto al quale gli accennati temi hanno senz’altro già trovato ampio spazio di riflessione e continuano a raccogliere significativi stimoli (anche in ragione delle più recenti forme di subordinazione, più o meno elastiche, che parrebbero porsi «ai confini della subordinazione» [7] e che contribuiscono a complicare ulteriormente il quadro) [8]; ma, altresì, nel contesto del diritto societario (in conseguenza degli incisivi interventi del legislatore della riforma societaria del 2003 in materia di mutualità e, in particolare, dell’articolata nozione di «prevalenza» emergente dall’applicazione combinata di criteri contabili (art. 2513 c.c.) e di regole organizzative (art. 2514 c.c.) in funzione anti-lucrativa[9].

Più in particolare, proprio esaminando il fenomeno dall’angolazione societaria, non può negarsi che le previsioni della legge n.142/2001, da una parte, abbiano contribuito significativamente all’emergere di quel «poliformismo co­operativo» che – come suggerito da un maestro del diritto commerciale [10] – caratterizza la cooperazione sin dalle origini, rendendone (tra l’altro) difficoltosa l’identificazione delle caratteristiche tipiche e ricorrenti e, dall’altra parte, abbiano in qualche misura cercato di arginare quel rischio di deriva in senso lucrativo che la riforma societaria – in particolare con l’introduzione della mutualità prevalente – ha nuovamente portato in auge [11].

L’ambito di applicazione della legge in questione – le cui disposizioni si cumulano a quelle previste dall’art. 23 della legge Basevi del 1947 e alle previsioni dell’art. 2751-bis, n. 5 c.c. in tema di privilegi speciali – ricomprende tutte le cooperative in cui il rapporto mutualistico abbia a oggetto la prestazione di attività lavorative da parte del socio sulla base di previsioni contemplate in un regolamento diretto a definirne l’organizzazione. Tale perimetro può ritenersi poi suscettibile di essere esteso, almeno in via interpretativa, sino a ricomprendervi, oltre alle società di produzione e lavoro, anche – in ragione delle similitudini che emergono pur da un superficiale confronto – le cooperative sociali [12]. Analogamente limitate sono poi le previsioni con natura più prettamente societaria che principalmente emergono – con diverso grado di intensità – tra le disposizioni dedicate a definire le caratteristiche soggettive dei «soci lavoratori» e che sono contemplate dall’articolo 1 [13]. Tale definizione passa attraverso un’elencazione (cfr. art. 1, comma 2) di quelli che qualificherei in termini di diritti-doveri del socio. Si tratta, più in particolare, di diritti (e doveri) strettamente connessi con il rilievo organizzativo della società. Infatti, il socio cooperatore – che, com’è naturale, partecipa al rischio dell’impresa, così come ai suoi risultati economici e alla loro destinazione (cfr. lett. c)) – si è infatti visto riconoscere il diritto di concorrere direttamente alla gestione del­l’impresa (cfr. lett. a), b)). Il legislatore non ne ha solamente previsto la partecipazione alla formazione (e, pertanto, alle dinamiche) degli organi sociali, ma ne ha altresì contemplato un attivo coinvolgimento dal punto di vista della gestione, gettando di fatto le basi normative un rapporto diretto tra il socio lavoratore e il mercato. Tale finalità si realizza, in particolare, attraverso la partecipazione di quest’ultimo alla definizione della struttura «di direzione e conduzione» dell’impresa, alla formulazione di programmi di sviluppo e, infine, alle decisioni concernenti le scelte strategiche (con terminologia, tra l’al­tro, non lontana da quanto dettato per il consiglio di sorveglianza dall’art. 2409-terdecies, lett. f)-bis c.c.). La rilevanza del rapporto di lavoro rispetto all’or­ganizzazione sociale e ai suoi scopi emerge chiaramente dalla previsione che prescrive al socio lavoratore di mettere a disposizione della società le proprie capacità professionali da commisurarsi non sulla base di criteri generali, bensì con riferimento «al tipo e allo stato dell’attività svolta, nonché alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa».

3. La fattispecie “complessa” del rapporto del socio lavoratore con la società cooperativa: conseguimento dello status socii e instaurazione del rapporto di lavoro

È proprio sulla base di questo “zoccolo normativo” che viene a innestarsi quello che, senza dubbio, è uno dei tratti più significativi – almeno dalla prospettiva prescelta – della legge n. 142/2001, ossia quello relativo all’inquadra­mento delle relazioni tra rapporto associativo e lavorativo; relazione che tuttavia è stata oggetto di un nuovo intervento normativo, di natura correttiva, che ha finito per precisare – modificando la formulazione del comma terzo dell’articolo 1 e sopprimendo i termini «e distinto» – quali siano le effettive gerarchie tra i due rapporti (legge n. 30/2003). In questo senso, la prescrizione per cui il socio lavoratore deve stabilire con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto questa volta di lavoro non può che far pensare – nel rispetto del tenore letterale – che il rapporto con la società si ponga quale prius logico rispetto a quello lavoristico posto che, in assenza del primo, il secondo non può venire a esistenza. Ma è bene tuttavia tenere conto anche del fatto che il rapporto di lavoro, che si è detto può ben intervenire anche in seconda battuta, si pone quale elemento imprescindibile e necessario perché si componga la fattispecie complessa – quasi a formazione progressiva – del socio lavoratore.

Ciò non toglie che – almeno apparentemente – vi sarebbe una prevalenza del rapporto associativo come emergerebbe anche considerando i profili (rectius: gli istituti) estintivi del rapporto associativo che – indipendentemente dal fatto che siano attivati per effetto della manifestazione di volontà dello stesso socio lavoratore (nel caso del diritto di recesso) ovvero degli amministratori o dell’assemblea dei soci (nell’ipotesi dell’esclusione) – risultano assorbenti rispetto al rapporto di lavoro provocandone la caducazione.

È bene tuttavia considerare anche una diversa prospettiva che, a mio avviso, risulta più feconda di risultati proprio dall’angolazione societaria. Se, infatti, i diritti sociali e il coinvolgimento nella gestione da parte del socio lavoratore non possono essere esercitati in assenza dell’instaurarsi del rapporto di lavoro, allora significa che la fattispecie prevista dalla legge n. 142/2001 contempla non tanto una relazione di subordinazione di quest’ultimo rispetto al rapporto associativo ma una sua funzionalizzazione in ragione di uno stretto collegamento di natura negoziale [14].

Non si tratta certo di una nuova prospettiva ma ritengo, tuttavia, che su di essa valga la pena soffermarsi in quanto da tale ultima ricostruzione possono discendere considerazioni d’interesse con riferimento alla nozione di mutualità.

Si può dunque rilevare una compenetrazione tra il rapporto associativo e il rapporto di lavoro laddove il primo si realizza grazie al secondo: l’assenza del rapporto di lavoro infatti non consentirebbe il pieno raggiungimento dello scopo della società cooperativa che si realizza, invece, per effetto delle prestazioni del socio lavoratore. Poco importa, allora, da questo punto, di vista che – come rilevato da alcuni – lo status socii costituisca la condicio iuris sulla base della quale è possibile instaurare il rapporto di lavoro. Se si consente un passo ulteriore, potrebbe finire per sostenersi che – in assenza del rapporto di lavoro – lo stesso rapporto associativo resti in qualche misura “monco” in quanto privo dello strumento idoneo a portarlo al suo pieno compimento. Da questo punto di vista, il rapporto di lavoro consente la piena realizzazione dello scopo mutualistico, posto che permette di porre in essere la creazione o il reperimento di occasioni di lavoro per i soci lavoratori [15].

Anche secondo la visione della dottrina commercialistica sarebbe pertanto innegabile ritenere – anche volendo considerare il rapporto di lavoro come autonomo rispetto al contratto di società – che il collegamento tra i due finirebbe per influenzare le dinamiche del rapporto lavorativo e che, a sua volta, il rapporto di scambio «in quanto strumento attuativo della mutualità, è comunque influenzato nella sua natura dallo scopo mutualistico concretamente perseguito dalla singola cooperativa» [16]. Con la conseguenza che, tra l’altro, il grado di influenza sul rapporto di lavoro andrebbe poi verificato caso per caso in ragione del fatto che esso verrebbe modellato sulla base dei «contenuti mutualistici» volta per volta considerati e perseguiti dalla singola cooperativa.

4. La riforma societaria del 2003 e la «mutualità prevalente»: spunti con riguardo alle cooperative di produzione e lavoro

Prendendo poi in considerazione, più specificamente, la nozione di mutualità – anche con riferimento alle cooperative di produzione e lavoro – non si può che ricordare, in via generale, come lo scopo mutualistico sia stato articolato dal legislatore del 2003 fuoriuscendo dai confini della mera «gestione del servizio»: nell’impianto della disciplina civilistica, infatti, accanto alle cooperative che agiscono prevalentemente nei confronti dei soci (art. 2512, primo comma, n. 1, c.c.), si collocano altresì quelle che – per scelta statutaria – possono esclusivamente agire nei confronti dei soci (art. 2521, comma 2, c.c.): ciò senza che sia tuttavia richiesto dalla legge – neppur con riguardo alle società a «mutualità prevalente» (di cui appresso nel testo) – che la società offra ai soci condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato «come è invece richiesto dallo scopo mutualistico nel significato tradizionale di “gestione di servizio”» [17].

La novella societaria del 2003 ha poi, come noto, contemplato gli elementi tipizzanti la fattispecie della società cooperativa – ossia la variabilità del capitale e lo scopo mutualistico – introducendo, al contempo, la significativa distinzione tra le cooperative a c.d. «mutualità prevalente» – destinatarie, tra l’altro, di un regime fiscale agevolato – e delle cooperative diverse, lasciando questa scelta all’autonomia statutaria [18].

Sotto tale profilo vale la pena rilevare che anche le società cooperative diverse da quelle connotate dalla mutualità prevalente hanno comunque la natura di vere e proprie cooperative che ben possono agire, anche in via prevalente, con terzi diversi dai soci e «non può nemmeno escludersi che esse agiscano soltanto con lo scopo di dividere tra i soci l’utile conseguito dell’impresa sociale, vale a dire per uno scopo esclusivamente lucrativo» [19].

Criteri e requisiti per la definizione della prevalenza sono stati in particolare affidati a due “presidi” di diversa natura posto che essi sono stati lasciati, da una parte, nelle mani dell’organo di gestione e dei sindaci che devono documentare la sussistenza delle condizioni di prevalenza nella nota integrativa al bilancio, mettendo in evidenza i parametri indicati dall’art. 2513 c.c.; dall’altra parte, invece, la scelta si risolve in un’opzione statutaria, posto che l’art. 2516 c.c. prescrive che lo statuto di una cooperativa a «mutualità prevalente» deve necessariamente prevedere alcuni divieti connessi con la remunerazione del­l’investimento (e relativi, in particolare, alla previsione di limiti nella distribuzione dei dividendi, nonché alla remunerazione degli strumenti finanziari offerti in sottoscrizione e del divieto di distribuire le riserve tra i soci cooperatori), nonché in un obbligo, riguardante la destinazione a fondi mutualistici del patrimonio della cooperativo in caso di scioglimento.

Con particolare riguardo alle società di produzione e lavoro, esse sono state collocate dal legislatore della riforma al “centro della scena”, essendo state oggetto di tipizzazione anche da parte della normativa civilistica e, per questo, incluse tra i modelli che possono assumere la qualifica di cooperativa «mutualità prevalente»: è l’art. 2512 c.c. ad annoverarle, infatti, al comma 1, lett. b), al fianco delle cooperative di consumo (comma 1, lett. a) e a quelle di produzione e scambio di beni e servizi (comma 1, lett. c).

Sotto tale profilo, la prevalenza viene misurata tenendo conto del costo del lavoro complessivo in relazione al costo del lavoro dei soci [20].

Lo scopo mutualistico – così come rimodulato dall’intervento della riforma societaria – si caratterizza per confini assai elastici ma allo stesso tempo definiti [21] e, inoltre, con specifico riguardo al socio lavoratore, per il fatto di risultare funzionale all’applicazione della relativa disciplina speciale.

Quanto al primo aspetto, si noti come le disposizioni societarie in tema di cooperativa, da una parte, prescrivono la perdita della qualità di mutualità prevalente con prescrizioni specifiche e precise che dipendono dal venire meno – per un due esercizi consecutivi – dei parametri previsti dall’art. 2513 c.c. ovvero dalla modifica dei contenuti statutari contemplati dall’art. 2514 c.c. In questo senso, una cooperativa prevalentemente caratterizzata dallo scopo della mutualità può finire per essere inclusa tra le «altre cooperative», (semplicemente) variando l’“intensità” della propria mutualità. In altro senso, l’elasti­cità del concetto di mutualità si fa apprezzare sotto il profilo dell’ambito applicativo dell’istituto della trasformazione posto che – fatta eccezione per le ipotesi di cooperative a mutualità prevalente – le altre cooperative sono legittimate a trasformarsi in società lucrative, pur se con le (complesse) regole dettate dagli articoli 2545-decies e undecies c.c. Se è vero pertanto che le società prive della qualifica di cooperative a mutualità prevalente si pongono idealmente quale punto intermedio tra quelle caratterizzate da tale qualifica e il modello societario lucrativo, altrettanto certo è che il passaggio da un capo all’altro degli estremi non è in alcun modo illegittimo o in alcun modo impedito dall’attuale cornice normativa, dipendendo solamente dalla perdita della qualità di società a mutualità prevalente in ragione di quanto anzidetto e dalla successiva trasformazione in società lucrativa.

In relazione al secondo profilo, non può sfuggire innanzitutto il fatto che la riforma societaria abbia finito per confermare quanto già sancito dalla legge n. 142/2001: il rapporto di scambio, ulteriore rispetto al vincolo associativo, viene ad essere considerato un elemento essenziale delle società cooperative e della mutualità anche per la normativa civilistica [22].

Proprio quest’impostazione, che conferma senza soluzione di continuità le scelte del legislatore del 2001, trova conforto nella tipizzazione di principi e regole ai quali l’impianto della disciplina civilistica delle società cooperative dedica ampio spazio.

Il carattere democratico delle cooperative che caratterizza le previsioni societarie consente, infatti, di distinguere tra «vera e falsa cooperazione», anche con riguardo al ruolo del socio lavoratore supportando, in questo modo, l’ap­plicazione dei principi contenuti nella legge n. 142/2001 e contribuendo a definirne l’ambito applicativo, così da ricomprendervi le sole ipotesi in cui la mutualità sia effettivamente genuina [23].

In tale senso, devono quindi leggersi le disposizioni relative, ad esempio, al principio di parità di trattamento (art. 2516 c.c.) nella costituzione, ma anche nell’esecuzione, dei rapporti mutualistici: il che si traduce, in altri termini, in un divieto di discriminazione del socio e finisce per assumere i connotati della “relatività” se si considerano le attuali previsioni dell’art. 2527 c.c. le quali consentono pur sempre di differenziare i soci attraverso la creazione di categorie dotate di diritti di partecipazione alla causa mutualistica diversi da quelli attribuiti agli altri soci [24]. Nel medesimo senso si colloca, poi, la regola della variabilità del capitale sociale, regola generale della cooperativa e, al contempo, elemento costitutivo della fattispecie, che – strettamente connessa al c.d. principio della «porta aperta» (art. 2528 c.c.) – conferma l’ordine di priorità tra il capitale (e l’investimento) e la partecipazione del socio alla realizzazione dello scopo mutualistico a vantaggio del secondo.

Merita, infine, una riflessione l’istituto dell’esclusione del socio in ragione della sua stretta relazione con le previsioni della legge n. 142/2001, posto che – ai sensi dell’articolo 5 della legge speciale è previsto che il rapporto di lavoro si estingua per effetto dell’esercizio del diritto di recesso o per l’esclusione del socio «deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità di quanto previsto dagli articoli 2526 e 2527 del codice civile». Si tratta, in particolare, di una previsione frutto dei ritocchi subiti dalla legge n. 142/2001 per effetto dell’art. 9, legge n. 30/2003 in quanto – nella sua versione originaria – la legge speciale andava in senso contrario a quello oggi contemplato dal dettato codicistico, posto che essa sanciva la continuazione del rapporto di lavoro nonostante l’esclusione del socio [25].

Di seguito si prenderà in considerazione solamente l’ipotesi dell’esclusione in quanto – differentemente dal esercizio del diritto di recesso – non dipende da una manifestazione di volontà del socio lavoratore che, al contrario, ne può solo subire gli effetti, fatta salva l’esperibilità del rimedio dell’opposizione contemplato dal terzo comma dell’art. 2533 c.c.

Le previsioni dell’art. 2533 c.c. sono piuttosto dettagliate al riguardo e in qualche misura coniugano «la doppia anima capitalistica e personalistica di questa società», tra l’altro dando una «colorazione particolare legata alle finalità mutualistiche dell’istituto» [26]. La formulazione della norma prevede infatti, accanto al richiamo delle fattispecie di esclusione del socio contemplate per la società semplice (artt. 2533, primo comma, nn. 4) e 5), c.c.), anche il caso della mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società.

Maggiori problematiche hanno tuttavia posto le altre due ipotesi contemplate dalla norma. Da un canto, infatti, è possibile che ulteriori cause di recesso siano previste dall’atto costitutivo (n. 1), dall’altro il socio può altresì essere escluso «per gravi inadempienze» derivanti dalla legge, dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico (n. 2).

Quanto alla prima ipotesi, sotto il profilo societario, si è posto il problema di individuare quali siano i limiti all’autonomia privata e, in particolare, se i soci siano del tutto liberi di declinare fattispecie convenzionali di recesso – come sarei propenso a ritenere seppur con il limite del rispetto di previsioni inderogabili di legge e dei principi mutualistici – ovvero se possano contemplarne di ulteriori solamente a condizione che risultino essere delle specificazioni di quelle già previste dal dettato normativo [27]; e se – come riterrei invece di escludere – il requisito della gravità dell’inadempimento, previsto dall’ipo­tesi di esclusione di cui al n. 2 del primo comma dell’art. 2533, debba implicitamente ritenersi esteso anche a tutte le altre ipotesi di esclusione e, in particolare, a quelle di natura convenzionale.

Con riferimento, invece, all’ipotesi di esclusione per inadempimento grave, vale innanzitutto la pena di constatare come l’ambito applicativo della previsione sia particolarmente ampio: accanto al riferimento alla legge e al contratto sociale, infatti, il legislatore della riforma ha voluto contemplare, anche in questa sede, un’opportuna previsione di presidio del sistema mutualistico, prevedendo che la grave inadempienza possa discendere, oltre che dalla violazione del regolamento – che tra l’altro ai sensi dell’art. 6 della legge n. 142/2001 ha una portata significativamente ampia –, anche, genericamente, da quella del rapporto mutualistico. Da questo punto di vista, l’esclusione assume il ruolo di meccanismo di salvaguardia dei principi mutualistici la cui violazione può comportare l’allontanamento del socio dalla compagine sociale e, come vedremo a breve, la perdita della sua prestazione a favore della società cooperativa. Nel bilanciamento degli interessi di quest’ultima quindi pare prevalere quello alla conservazione e al rispetto dei principi mutualistici piuttosto che quello derivante dal beneficio della prestazione lavorativa.

Tale previsione va infatti letta alla luce del quarto comma dell’art. 2533 c.c. il quale prevede lo scioglimento dei rapporti mutualistici pendenti, a meno – tuttavia – di una diversa opzione statutaria. In questo modo, come è stato rilevato in dottrina, le cause di licenziamento che costituiscono «gravi inadempienza delle obbligazioni che derivano dal rapporto mutualistico, sono ricomprese nel più ampio novero di quelle che legittimano, ai sensi dell’art. 2533 c.c. l’esclusione del socio» [28]. La previsione codicistica conferma, dunque, la dipendenza del rapporto mutualistico di scambio dal rapporto associativo e, al contempo, sancisce la funzionalità del primo rispetto al perseguimento delle finalità del secondo; circostanza questa che giustifica l’estromissione del socio dalla compagine sociale.

Merita, infine, un’ultima considerazione il rapporto tra l’art. 2533, quarto comma, c.c. e le previsioni contemplate dall’art. 5, primo comma della legge n. 142/2001. La norma della legge speciale, infatti, detta il medesimo principio accolto dal legislatore della riforma societaria, posto che prevede l’estin­zione del rapporto di lavoro in caso di recesso o di esclusione senza tuttavia fare riferimento alla possibilità per l’autonomia statutaria di derogare al regime di default prevedendone al contrario la sopravvivenza. La pur non perfetta coincidenza tra le due previsioni ed eventuali dubbi interpretativi al riguardo devono, a mio avviso, risolversi – in assenza di convincenti argomentazioni in una direzione contraria – nel senso che tale opzione, da parte del­l’autonomia statutaria, possa ben essere effettuata anche dagli statuti di cooperative di produzione e lavoro non ostando, in tal senso, la formulazione della legge speciale.

 

NOTE

[1] G. BONFANTE, Manuale di diritto cooperativo, Zanichelli, Bologna, 2011, 8-11.

[2] L’importanza della ricostruzione storica del fenomeno cooperativo è stata sottolineata, all’indomani della riforma societaria, da V. BUONOCORE, La società cooperativa riformata: i profili della mutualità, in G. CIAN (a cura di), Le grandi opzioni della riforma del diritto e del processo societario, Cedam, Padova, 2004, 53 ss.

[3] Sul punto, L. RICIPUTI, Appunti per un contributo interpretativo al nuovo “socio lavoratore”, in Lav. Prev. oggi, 2001, 674; con considerazioni riprese e approfondite da S. PALLADINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa, reperibile su http://economia.unipr.it, 3, per cui «l’idea di un socio di cooperativa per il quale configurare un rapporto di lavoro quale tertium genus tra lavoro subordinato e lavoro autonomo si è dimostrata poco opportuna …»: ciò anche per lo stesso movimento corporativo essendo inevitabilmente arretrate le posizioni di garanzie previste generalmente per la prestazione lavorativa; si v. altresì le considerazioni dell’A. in ID., Il lavoro nelle cooperative oltre il rapporto mutualistico, Cedam, Padova, 2006.

[4] Si v., innanzitutto, Corte Cost. 12 febbraio 1996, n. 30, in Riv. crit. dir. lav., 1996, 615, la quale – ritenendo infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, legge 29 maggio 1982, n. 297 – ha sottolineato che il socio lavoratore di una cooperativa di lavoro è vincolato da un contratto che se, da un lato, lo obbliga a una prestazione continuativa di lavoro in stato di subordinazione rispetto alla società, dall’altro lato, lo rende partecipe allo scopo dell’impresa collettiva rendendolo destinatario di poteri e di diritti tra cui quello di concorrere alla formazione della volontà della società, di controllare la gestione sociale e, infine, di partecipare agli utili. Questi diritti e poteri, e la correlativa assunzione da parte dei singoli soci di una quota del rischio d’impresa, giustificano la norma portata all’attenzione della Consulta che li esclude da una delle garanzie tipiche dei lavoratori subordinati e, in particolare, dalla tutela del fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto in caso di insolvenza della società. Quanto alle pronunce di legittimità, v. Cass. 13 gennaio 1996, n. 221, per la quale «le prestazioni del socio in esecuzione del patto sociale e in relazioni alle finalità istituzionali dell’ente cooperativo integrano adempimento del contratto sociale e non sono riconducibili ad un rapporto di lavoro subordinato» e Cass. 24 dicembre 1997, n. 13030.

[5] F. GALGANO, Mutualità e scambio nelle società cooperative, in Rass. dir. civ., 1985, 1051-1055; nella letteratura lavoristica la tesi è stata autorevolmente sostenuta da M. BIAGI, Cooperative e rapporti di lavoro, Angeli, Milano, 1983, 127.

[6] Cfr. Cass., S.U., 30 ottobre 1998, n. 10906, in Foro it., 2000, I 912. All’indomani dell’approvazione della nuova disciplina si è tuttavia registrata, ancora una volta, discordanza di opinioni tra le voci dirette a sostenere l’autonomia tra il rapporto associativo e quello di lavoro (ad esempio, v. sul punto L. DE ANGELIS, Il lavoro nelle cooperative dopo la L. n. 142/2001: riflessioni a caldo su alcuni aspetti processuali, in Lav. giur., 21001, 815) e il pensiero di chi – a mio avviso più correttamente – ha finito per inquadrare i due rapporti, pur con diverse declinazioni, in termini di collegamento funzionale/negoziale (su tutti, cfr. E. GRAGNOLI, Collegamento negoziale e recesso intimato al socio-lavoratore, in Lav. giur., 2007, 445).

[7] Così, M. ROCCELLA, Manuale di diritto del lavoro, Giappichelli, Torino, 2005, 48.

[8] Sul tema, si v. la copiosa dottrina che si è soffermata ad analizzare tale profilo: S. PALLADINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa, cit.; S. LAFORGIA, La cooperazione e il socio-lavoratore, Collana Adapt n. 20, Giuffrè, Milano, 2009, 32 ss. e 72 ss.; L. CASTELVETRI, F. SCARPELLI, Il rapporto di lavoro dei soci di cooperative, in Riv. it. dir. lav., 2001, 229; L. IMBERTI, La disciplina del socio lavoratore tra vera e falsa cooperazione, in W.P. C.E.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”.IT, 2007, 61, 1 ss.; C. CESTER, La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa: una controriforma?, in L. MONTUSCHI, P. TULLINI (a cura di), Le cooperative ed il socio lavoratore. La nuova disciplina, Giappichelli, Torino, 2004, 1 ss.; L. DE ANGELIS, La disciplina del lavoro cooperativo, dopo la l. 14 febbraio 2003, n. 30, ibidem, 29 ss.

[9] Si v. i fondamentali contributi di G. BONFANTE, Art. 2511 c.c., in G. COTTINO, G. BONFANTE, O. CAGNASSO, P. MONTALENTI (a cura di), in Il nuovo diritto societario, Zanichelli, Bologna, 2004, 2377; V. BUONOCORE, La società cooperativa riformata: i profili della mutualità, in Riv. dir. civ., 2003, I, 507; G. PETRELLI, I profili della mutualità nella riforma delle società cooperative, in CONSIGLIO NAZIONALE DEL NOTARIATO (a cura del), Studi e materiali in tema di riforma delle società cooperative, Giuffrè, Milano 2005, 1 ss.; G. PRESTI, Cooperative e modellismo giuridico, in F. VELLA (a cura di), Gli statuti delle imprese cooperative dopo la riforma del diritto societario, Giappichelli, Torino 2004, 3 ss.; A. ZOPPINI, Il nuovo diritto delle società cooperative: un’analisi economica, in M. RESCIGNO, A. SCIARRONE ALIBRANDI (a cura di), Il nuovo diritto delle società di capitali e delle società cooperative, Giuffrè, Milano, 2004, 293 ss.; con particolare riguardo all’elasticità della nozione di «mutualità», si v. A. BASSI, Profili generali della riforma delle cooperative, in P. ABBADESSA, G.B. PORTALE (a cura di), Il nuovo diritto delle società. Liber amicorum Gian Franco Campobasso, vol. 4, Utet, Torino, 2007, 565; U. BELVISO, Le cooperative a mutualità prevalente, in P. ABBADESSA, G.B. PORTALE (a cura di), cit., 653. Da ultimo, si v. P. MONTALENTI, Il diritto societario dai “tipi” ai “modelli”, in Giur. comm., 2016, I, 420.

[10] L’espressione è di G. BONFANTE, La legislazione cooperativa. Evoluzione e problemi, in G. COTTINO (diretto da), in E. CUSA, R. GENCO, M. IENGO, M. CAVANNA (con la collaborazione di), Trattato di diritto commerciale, Cedam, Padova, 2014, 83 ss. per il quale tutte le interpretazioni sviluppate con riguardo alla natura della cooperative, «…pur nella loro diversità, colgono ciascuna nel segno»: ed invero da tutte viene messo in evidenza una caratteristica che rappresenta il modo di essere della cooperativa «…dove la prevalenze dell’una o dell’altra caratteristica o funzione dipende da varie congiunture e situazioni sociali, politiche e economiche, ma anche da precise scelte normative che non possono essere trascurate».

[11] Sul punto, di recente, P. MONTALENTI, Il diritto societario dai tipi ai modelli, in Giur. comm., 2016, I, 434-435. Si consideri, tuttavia, che anche nella legge n. 142/2001 vi sono previsioni che potrebbero essere interpretate in termini di maggiore sintonia con il modello lucrativo più che con quello mutualistico, se solo si consideri quanto contemplato dall’art. 6 e, in particolare, dalla lett. e) per cui è riconosciuta all’assemblea la facoltà di deliberare – pur nel circoscritto ambito di piani di crisi aziendale – forme di apporto anche economico da parte dei soci lavoratori, strumentali alla soluzione della crisi e proporzionati alle disponibilità e capacità finanziarie.

[12] G. PETRELLI, Cooperative e legislazione specialeStudio n. 5379/I, in COMMISSIONE STUDI D’IMPRESA DEL CONSIGLIO NAZIONALE DEL NOTARIATO (a cura della), Studi in materia di riforma delle cooperative, Giuffrè, Milano, 2005, 20 ss.

[13] Come rilevato da S. PALLADINI, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa, cit., 8, in effetti la legge n. 142/2001 non sarebbe neutrale «… ma anzi quasi compiaciuta nel riconoscere nella cooperativa un vero e proprio datore di lavoro, rispetto al quale il socio si rapporta non più, o non solo, come co-partecipante, bensì come dipendente, o collaboratore, comunque altro, sotto questo profilo, rispetto alla società».

[14] G. SANTORO PASSARELLI, Le nuove frontiere del diritto del lavoro ovvero il divo dei lavori, in Arg. dir. lav., 2002, 241.

[15] E in questo senso, da un altro punto di vista, è vero anche il contrario: ossia che lo status socii finisce per penetrare, colorandola, la causa del rapporto di lavoro: sul punto, v. le considerazioni di M. PALLINI, La «specialità» del rapporto di lavoro del socio di cooperativa, in Riv. it. dir. lav., 2002, I, 374; anche ID., Il rapporto del socio di cooperativa dopo le riforma del 2003, in Riv. giur. lav., 2004, II, 706.

[16] G. BONFANTE, Delle società cooperative, in G. BONFANTE-G. COTTINO-O. CAGNASSO-P. MONTALENTI (diretto da), Il nuovo diritto societarioCommentario, Zanichelli, Bologna, 2004, 240.

[17] Cfr. U. BELVISO, Scopo mutualistico e variabilità del capitale sociale, Giuffrè, Milano, 2012, 127 ss., nella monografia dell’a. pubblicata postuma ed incompleta. Si noti che l’im­po­stazione seguita dalla dottrina commercialistica maggioritaria è quella di ritenere che la gestione del servizio a favore dei soci sia un tratto caratteristico della mutualità (cfr., sul punto, pur con sfumature, G. Oppo, A. Bassi, G. Bonfante e V. Buonocore).

[18] Per un analitico commento ai lavori che hanno condotto alla riforma societaria delle cooperative e della nozione di mutualità, E. CUSA, Riforma del diritto societario e scopo mutualistico, in ASSOCIAZIONE DISIANO PREITE, Verso un nuovo diritto societario, il Mulino, Bologna, 2002, 213 ss. e spec. 228 ss. per cui il pregio dell’(allora) imminente riforma societaria sarebbe stato quello di riportare al centro della scena il concetto di scambio che si viene a instaurare tra cooperatori e cooperativa, G. BONFANTE, La riforma della cooperazione della Commissione Vietti, in Società, 2002, 1333; v. altresì DOCUMENTO ARISTEIA, Le società cooperative nella riforma del diritto societario. Lo scopo mutualistico, 28, 2003, reperibile al sito internet http://www.fondazionenazionalecommercialisti.it. Positiva è stata la riforma delle cooperative del 2003 per A. BASSI, La riforma delle cooperative e l’evoluzione del movimento corporativo, in La riforma del diritto societario dieci anni dopo, Giuffrè, Milano, 2015, 335; di avviso parzialmente diverso, invece, sembrerebbe U. BELVISO, Scopo mutualistico e variabilità del capitale sociale, Giuffre, Milano, 2012, 32 ss., 103 ss. e 138 ss., monografia pubblicata postuma ed incompleta dalla quale, come indicato nella prefazione di A. Bassi, emerge l’interpretazione data dall’a. alla mutualità successivamente alla riforma societaria. Per U. BELVISO, lo scopo mutualistico si combina «precettivamente» con la variabilità del capitale con la conseguenza che secondo l’a. l’intervento riformatore avrebbe tradito lo spirito della legge delega in quanto quest’ultima sarebbe stata eccessivamente arrendevole rispetto alle aspettative del mondo della cooperazione.

[19] La riflessione è di U. BELVISO, Il rapporto di lavoro del socio di cooperativa, cit., 127. Rispetto alle cooperative a mutualità prevalente, quelle diverse – non beneficiano di un regime fiscale agevolato ex art. 223-duodecies, comma 6, disp. att. c.c.

[20] È chiaro in tale senso il dettato dell’art. 2513 c.c. che, alla lett. b), prevede che il costo del lavoro dei soci debba essere superiore al 50 per cento del totale del costo del lavoro di cui all’art. 2425, primo comma, punto B9 tenendo conto delle altre forme di lavoro inerenti lo scopo mutualistico.

[21] Secondo la dottrina commercialistica, uno dei meriti della riforma societaria sarebbe infatti stato quello di sopprimere l’eccessiva “aggettivizzazione” che – al di là della distinzione tra mutualità «pura» e «spuria» – si è spesso affiancata al concetto di mutualità («sociologica», «fiscale», «non fiscale», «protetta», «non protetta»: sul punto, si v. le considerazione di V. BUONOCORE, La società cooperativa riformata: i profili della mutualità, cit., 60.

[22] Sotto tale profilo, senza potersi intrattenere sulla dibattuta questione della natura dei contratti di scambio (se, in particolare, si tratti sempre di contratti tipici e se ricorrano tutti gli elementi del contratto tipico di volta in volta considerato), basti ricordare che secondo una parte della dottrina commercialistica – nel caso dei rapporti di lavoro nella cooperativa di produzione – il vincolo sociale permea in grado maggiore il rapporto di scambio fino a fargli assumere connotati atipici: in tale senso, cfr. G. BONFANTE, Manuale di diritto cooperativo, cit., 10, per il quale in talune circostanze la contrapposizione degli interessi tra società e soci risulterebbe attenuata rispetto a uno scambio con un terzo: in ciò risiederebbe tra l’altro proprio il significato della mutualità, ossia nell’incisione del rapporto contrattuale in modo tale da assicurare un beneficio al socio (ad esempio, nel caso della vendita, sotto il profilo del prezzo accordato al socio cooperatore).

[23] Condivisibili, sul punto, le considerazioni di L. IMBERTI, La disciplina del socio lavoratore tra vera e falsa cooperazione, cit., 61, il quale sottolinea lo stretto collegamento tra l’impo­stazione della legge n. 142/2001 e la nozione di mutualità così come evolutasi in ragione della riforma societaria, finendo per notare come «le forme di tutela del socio lavoratore nell’ambito della legge speciale attraverso la rigida applicazione delle normative gius-lavoristiche rischierebbe di «rivelarsi solo una garanzia fragile e minimale nel caso di falsa cooperazione».

[24] G. BONFANTE, Manuale di diritto cooperativo, cit., 12: tali categorie di soci sarebbero dotate di diritti in misura minore rispetto agli altri soci.

[25] V. GIORGI, Art. 2533, in G. PRESTI (a cura di), Società cooperativeCommentario alla riforma delle società, diretto da P. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi, M. Notari, Giuffrè, Milano, 2006, 283, il quale nota come il socio potrebbe essere incentivato a esercitare il diritto di recesso in ragione del fatto che in tale caso – al contrario dell’esclusione – i rapporti mutualistici proseguirebbero fino alla chiusura dell’esercizio in corso o di quello successivo (art. 2532 c.c.).

[26] G. BONFANTE, Manuale di diritto cooperativo, cit., 49, constatando tra l’altro il fatto che il fondamento dell’esclusione di socio da cooperativa non abbia un unico carattere essendo piuttosto «estremamente vario».

[27] Contra, G. BONFANTE, Manuale di diritto cooperativo, cit., 52, per il quale la libertà statutaria potrebbe invece esplicarsi solamente nell’individuazione di singole fattispecie che si configurino come ulteriore espressione delle ipotesi previste dall’art. 2533 c.c.

[28] Cfr. L. IMBERTI, La disciplina del socio lavoratore tra vera e falsa cooperazione, cit., 60.