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La contrattazione collettiva ed il riallineamento retributivo

Massimiliano Marinelli (Prof. Ordinario di diritto del lavoro nell’Università di Palermo)

Il saggio esamina l’evoluzione della disciplina del riallineamento retributivo, e delle successive esperienze, volte a consentire alle imprese di applicare il contratto collettivo in modo graduale. Esamina altresì le ragioni per le quali il riallineamento retributivo non è praticabile, senza una disposizione che lo ammetta espressamente.

PAROLE CHIAVE: contratto collettivo - riallineamento

Collective agreement and wage realignment

The paper analyzes the evolution of wage realignment discipline, and the following rules, aimed to let enterprises progressively apply collective agreements. Examenis also the reasons for which wage realignment is not possible, without a law tha expressly admits it.

Keywords: collective agreement realignment

 

Sommario:

1. Applicazione del contratto collettivo e benefici contributivi - 2. L'ambito di applicazione della disciplina sul riallineamento - 3. Il contratto provinciale di riallineamento - 4. Le successive esperienze di sostegno al rientro nella legalitą - 5. L'impossibile reviviscenza del riallineamento retributivo - 6. La disciplina di interpretazione autentica per il settore agricolo - NOTE


1. Applicazione del contratto collettivo e benefici contributivi

A dispetto dell’affermata libertà dell’imprenditore di applicare o meno ai propri dipendenti un contratto collettivo, il legislatore ha da tempo introdotto delle disposizioni, che in sostanza comportano – per i datori di lavoro che svolgono la loro attività in modo regolare – la necessaria applicazione del C.c.n.l. sottoscritto dalle organizzazioni maggioritarie [1]. In particolare, secondo l’art. 1 della legge 7 dicembre 1989, n. 389 [2], la base di calcolo dei contributi, che il datore di lavoro deve versare agli enti previdenziali, per il finanziamento delle prestazioni da questi erogate, non può essere inferiore “all’importo delle retribuzioni, stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale, ovvero da accordi collettivi o individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo” [3]. L’art. 2, comma 25 della legge 28 dicembre 1995, n. 549, ha inoltre chiarito che, in presenza di una pluralità di contratti collettivi astrattamene applicabili allo stesso settore produttivo, si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della contribuzione previdenziale, a quello stipulato dalle organizzazioni sindacali “comparativamente più rappresentative della categoria”. Gli artt. 6 e 7 della legge n. 389/1989 [continua ..]

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2. L'ambito di applicazione della disciplina sul riallineamento

Con l’art. 5 della legge 28 novembre 1996, n. 608, il legislatore aveva introdotto una disciplina organica dell’istituto, oggetto di successivi adattamenti e modifiche [9]. Questa prevedeva che, nelle zone svantaggiate del territorio nazionale, al fine di salvaguardare i livelli occupazionali, le imprese, mediante contratti provinciali di riallineamento, potessero progressivamente adeguare le retribuzioni corrisposte agli importi determinati dal C.c.n.l., e nel contempo sanare anche le questioni pregresse. L’ambito di applicazione della disciplina era stato inizialmente individuato nei territori previsti dall’art. 1 del D.p.r. 218 del 1978. Si trattava in particolare delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, delle province di Latina e Frosinone, dei “comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Cittaducale”, dei “comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto”, dei “comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina”, e delle isole d’Elba, del Giglio e di Capraia. Tuttavia, l’art. 75, comma 1 lett. a) della legge 23 dicembre 1998, n. 448, aveva limitato, dalla data della sua entrata in vigore, la possibilità di utilizzare tale istituto alle sole aree di cui all’art. 87 (oggi art. 107), § 3 lett. a) del Trattato istitutivo della Comunità [continua ..]

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3. Il contratto provinciale di riallineamento

L’art. 5 della legge n. 608/1996 disponeva che con l’accordo provinciale venissero individuati “in forme e tempi prestabiliti, programmi di graduale riallineamento, dei trattamenti economici dei lavoratori ai livelli previsti nei corrispondenti contratti collettivi nazionali di lavoro”. Prevedeva poi un limite minimo per la quantificazione della retribuzione da assumere come base di calcolo per i contributi, durante il periodo di riallineamento [18]. Lasciava per il resto ampio spazio all’autonomia collettiva, che dunque avrebbe potuto modulare, entro i limiti appena indicati, i tempi per pervenire all’integrale applicazione della disciplina nazionale. Le organizzazioni sindacali avevano però adottato un modello comune di accordo, nel quale era prevista l’integrale immediata applicazione della parte normativa del C.c.n.l. Il raggiungimento dei minimi retributivi previsti a livello nazionale sarebbe invece avvenuto in modo graduale, in un arco temporale determinato e prestabilito (entro il limite massimo di 36 mesi). I lavoratori avrebbero percepito la retribuzione, nella misura dovuta secondo il C.c.n.l., soltanto al termine del periodo di riallineamento, mentre durante la vigenza dell’accordo il datore di lavoro poteva legittimamente continuare a corrispondere un importo inferiore. Parimenti, la retribuzione indicata dall’art. 1 della legge n. 389/1989 sarebbe stata presa in considerazione come base di [continua ..]

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4. Le successive esperienze di sostegno al rientro nella legalitą

La disciplina dei contratti di riallineamento non ha avuto particolare fortuna dal punto di vista applicativo. Oltre alla notevole complessità del procedimento, un notevole ostacolo è derivato dalla tardiva adozione, da parte dell’Inps, delle circolari applicative, che prevedessero gli adempimenti necessari per fruire in concreto delle predette agevolazioni. In mancanza di indicazioni operative del soggetto deputato a riconoscere i predetti benefici, infatti, gli operatori pratici erano particolarmente restii a compiere atti per i quali la mancanza di certezze determinava il rischio di successive interpretazioni difformi da parte dell’Inps, con conseguenze assai pregiudizievoli per l’impresa che avesse avviato un percorso, poi ritenuto in sede amministrativa non corretto. Inoltre, il sistema si fondava sulla necessaria sottoscrizione da parte delle organizzazioni provinciali dei datori di lavoro e dei lavoratori di un accordo, che costituiva il perno dell’intero sistema. In mancanza di questo, se anche una o più imprese avessero voluto rientrare gradualmente nell’ambito di applicazione del C.c.n.l., ciò non sarebbe stato possibile. Il termine per la stipula di nuovi contratti di riallineamento, e per l’adesione a quelli esistenti, inizialmente fissato al 31 dicembre 1999, era stato prorogato al 31 dicembre 2000 dalla legge n. 488/1999, a condizione che intervenisse la relativa autorizzazione da parte della [continua ..]

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5. L'impossibile reviviscenza del riallineamento retributivo

L’estinzione del meccanismo approntato dall’art. 5 della legge n. 608/1996, per la scadenza della proroga della possibilità di stipulare contratti di riallineamento, o di aderire ad essi, impedisce ormai di fare ricorso a tale strumento di emersione dal lavoro sommerso. Parimenti, la scadenza del termine di applicazione dell’art. 1 della legge n. 296 del 2006 non consente al singolo datore di lavoro di regolarizzare la propria situazione, tramite accordi di livello aziendale. Tali effetti non potrebbero, a legislazione invariata, nemmeno essere ottenuti tramite l’introduzione, da parte dell’autonomia collettiva, di forme di graduale applicazione delle disposizioni di fonte contrattuale. Infatti, l’art. 1 della legge n. 389/1989 individua come base minima di calcolo per i contributi previdenziali quanto previsto dal C.c.n.l., per cui forme di eventuale deroga all’integrale applicazione di questo, seppure valide nei confronti dei lavoratori ai fini della determinazione della retribuzione, non inciderebbero sulla base di calcolo dei contributi, come determinata dal legislatore. In altri termini, gli istituti previdenziali potrebbero in ogni caso richiedere il pagamento dei contributi, non sulla base di quanto previsto in via transitoria dal C.c.n.l., ma adottando come base di calcolo l’ordinaria retribuzione in questo contenuta, assunta dal legislatore come minimale contributivo. Resterebbe inoltre esclusa in ogni caso [continua ..]

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6. La disciplina di interpretazione autentica per il settore agricolo

Nemmeno le più recenti disposizioni in materia di riallineamento retributivo consentono di pervenire a conclusioni differenti. Infatti, l’art. 10 della legge 29 ottobre 2016, n. 199, ha previsto che “gli accordi provinciali di riallineamento retributivo del settore agricolo possono demandare la definizione di tutto o parte del graduale riallineamento dei trattamenti economici dei lavoratori agli accordi aziendali di recepimento purché sottoscritti con le stesse parti che hanno stipulato l’accordo provinciale”. La disposizione non ha riaperto i termini per la sottoscrizione o per l’adesione ai contratti di riallineamento. È invece intervenuta per risolvere in via interpretativa una questione che si era posta in alcune zone del paese. In particolare, numerosi accordi di riallineamento nel settore agricolo, firmati nel periodo di vigenza della disposizione, avevano demandato al livello aziendale – ma sempre nell’ambito di quanto previsto a livello provinciale – la definizione del programma di riallineamento delle retribuzioni da erogare ai dipendenti. In altri termini, le organizzazioni provinciali del settore agricolo avevano introdotto una forma di flessibilità del programma di riallineamento, che non veniva individuato in modo rigido per tutte le imprese. Nell’ambito invece dei limiti previsti dall’accordo provinciale (e fermo restando il necessario raggiungimento, all’esito del [continua ..]

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NOTE

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