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Contratti collettivi o diritto del lavoro «pirata»?

Giulio Centamore (Assegnista di ricerca nell’Università di Bologna)

L’autore prova a districarsi nella “giungla contrattuale” del sistema di relazioni industriali. Il carattere tradizionalmente pluralistico del modello italiano sembra essere degenerato, da alcuni anni a questa parte, in un vero e proprio caos. Sigle sindacali e datoriali semi-sconosciute risultano, in base ai dati Cnel, firmatarie di decine (se non centinaia) di contratti collettivi, con il risultato di dare il via a una corsa al ribasso nei trattamenti economici e normativi del lavoro. Dopo aver provato a scattare qualche istantanea della giungla dei contratti collettivi pirata, l’autore si confronta con alcune tra le soluzioni che il diritto del lavoro può mettere in campo.

PAROLE CHIAVE: contratti collettivi pirata - sindacati - retribuzione - salario

«Pirate» collective agreements or «pirate» labour law?

The author struggles to disentangle himself in the “bargaining jungle” of the system of industrial relations. In these years the typical pluralistic nature of the Italian model has degenerated into “chaos”. Actually, barely known trade unions and employers associations sign dozens of collective agreements, thus bringing about a race to the bottom of labour costs and conditions. After having discussed the issue, the author deals with some of the solutions that labour law can implement to tackle this phenomenon.

Keywords: pirate collective agreements – yellow unions – employers associations – minimum wage

 

Sommario:

1. Introduzione - 2. Un fenomeno sfuggente - 3. Segue: ma sempre più diffuso e radicato - 4. Sindacati o pirati? - 5. Sistemi contrattuali paralleli - 6. Una lex piratica? - NOTE


1. Introduzione

Da oltre vent’anni, i contratti collettivi pirata sono una delle spine nel fianco del diritto sindacale italiano. Su tale fenomeno hanno provato a far luce la dottrina [1] e, di recente, i media generalisti [2]; a scopo di censura o di stigmatizzazione, sono intervenuti, a più riprese, il legislatore [3], l’autorità amministrativa [4], la giurisprudenza [5] e gli stessi attori storici (se si vuole, più accreditati) del sistema di relazioni industriali [6]. Gli interlocutori del diritto sindacale [7], insomma, non solo sono perfettamente al corrente del problema, ma hanno, nel tempo, elaborato strategie via via più sofisticate per affrontarlo; eppure, le effettive dimensioni del fenomeno e le sue diramazioni, in concreto, nel sistema contrattuale (e nel «mondo sindacale») sono sempre più inquietanti e restano, per di più, avvolte da una coltre di nebbia [8]; non ultimo, perché in mancanza di elementi costitutivi certi per fornire una definizione di «contratti pirata», a essere controvertibile, a onor del vero, è il fatto stesso di etichettare come tale un accordo collettivo [9]. È opportuno, perciò, avvicinarsi al tema con un tentativo di «inquadramento» o di «posizione» (infra n. 2), da mettere poi alla prova in relazione ad alcuni contratti collettivi che potrebbero apparire [continua ..]

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2. Un fenomeno sfuggente

Se è consentito giocare con questa fortunata metafora del nostro diritto, verrebbe da dire che non è chiaro quali siano i covi da cui muovono i pirati del sistema di relazioni industriali, né chi e quanti esattamente siano tali pirati, quale composizione socio-economica e disposizione politica abbiano, o quali legami coltivino con il mondo dell’imprenditoria italiana, specie in certe categorie produttive o regioni del Paese. Su quali scopi perseguano, invece, non pare vi siano grandi dubbi: per un verso, abbattimento del costo del lavoro, mediante minimi tabellari inferiori rispetto a quelli dei contratti collettivi sottoscritti dalle oo.c.r. [10], assenza di 14ma mensilità (rispetto ai settori in cui è prevista, come il commercio) e di altre voci aggiuntive della retribuzione, tagli nell’indennità di malattia, assenza di dispositivi di welfare aziendale, riduzione di oneri formativi (rispetto ai settori in cui hanno un certo peso specifico, come l’edilizia, per ragioni legate alla tutela della salute e della sicurezza), etc.; per altro verso, avere accesso alle cospicue risorse economiche e normative derivanti, a vario titolo, dall’instaurazione di sistemi contrattuali paralleli [11]. In sostanza, i contratti collettivi pirata sono un formidabile strumento di concorrenza sleale, di dumping sociale e (in [continua ..]

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3. Segue: ma sempre più diffuso e radicato

La storia insegna che il fenomeno piratesco si diffonde e prolifera, per mare o per terra (dove assume per lo più il nome di brigantaggio, o simili), ogni qual volta l’autorità costituita di un certo ordinamento politico-giuridico non sia in grado di proteggere efficacemente i propri confini da incursioni ostili, perpetrate da gruppi estemporanei o, talvolta, più organizzati, capaci, in ogni caso, di mettere a repentaglio la sicurezza dei traffici commerciali [17]. Benché i pirati di cui oggi ci si occupa non siano dotati di sciabole o moschetti, ma, probabilmente, di penna, smartphone e tablet, la metafora parrebbe cogliere nel segno: la proliferazione di «pirati» nel sistema di relazioni industriali – o nell’ordinamento intersindacale, secondo una prospettiva tra le più influenti e suggestive della materia – è un sintomo della insufficiente organizzazione di questo sistema e della sua (in)capacità di respingere «incursioni» e «atti ostili»; non stupisce, insomma, che in un sistema sindacale caratterizzato da persistente anomia regolativa e dal disordine emergenziale degli interventi che pur, negli anni, si sono susseguiti [18], si possano aprire veri e propri «varchi» nella struttura contrattuale, allo scopo (tra le altre cose) di innescare una corsa al ribasso nei costi del lavoro [19]. La crisi economica degli ultimi [continua ..]

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4. Sindacati o pirati?

In apertura della voce «Sindacato», redatta per il Digesto nel 1997 [32], M. NAPOLI osservava: «come spesso accade il diritto costruisce i rapporti sindacali dando per scontata la configurazione sostanziale del soggetto che, costruendo la trama di tali rapporti, esplica la funzione di tutela degli interessi dei lavoratori, che è la sua ragion d’essere». Il diritto positivo non fornisce una definizione di sindacato, dandola per scontata ogni qual volta tale soggetto della società civile sia richiamato, ai fini più diversi, nella tela normativa [33]; ciò è comprensibile, non solo, o non tanto, perché non è stata adottata una «legge sindacale», quanto poiché, dal diritto, la nozione di sindacato non può che essere acquisita e assimilata dal sentire sociale e dalla prassi delle relazioni industriali. Per di più, il principio di libertà sindacale potrebbe porsi di traverso a una disciplina di legge che prevedesse cosa è e cosa non è o non può essere un sindacato [34]; il comma 1 dell’art. 39 Cost. raccoglie e valorizza, al vertice delle fonti dell’ordinamento, l’esperienza del sindacato nato dall’antifascismo e, a un tempo, apre, in virtù del principio pluralistico, alle formazioni costituitesi dopo il 1947, riconoscendovi una [continua ..]

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5. Sistemi contrattuali paralleli

Ferma restando la grande utilità – non solo in termini conoscitivi – di uno studio – che, si ripete, non può in questa sede essere svolto in modo puntuale – sulla natura (sindacale o meno) dei «pirati» del sistema contrattuale, si ritiene che la riflessione debba proseguire, per interrogarsi su quali possano essere, in base al diritto positivo, le strategie di contrasto al fenomeno de quo; come si è osservato, infatti, «il problema non è [soltanto] di qualificazione ma – come per ogni altra attività – di rispetto delle norme inderogabili di legge» [52]. Occorre prendere atto che il fenomeno non è più riconducibile alle furberie di alcuni consulenti spregiudicati – ai quali negli anni Novanta si poté attribuire la paternità dei primi contratti collettivi alternativi al sistema confederale – o all’imperversare di cooperative «spurie» in un mercato (che altrimenti sarebbe) genuinamente concorrenziale. Da un’analisi, sommaria quanto si vuole, dei dati Cnel, emerge una realtà diversa – fatta di una serie di sistemi contrattuali paralleli – in grado di interessare la gran parte dei settori produttivi o merceologici; soprattutto, per le attività labour intensive soggette ad affidamento in appalto [53]. In questi sistemi paralleli, la riduzione del costo del lavoro è [continua ..]

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6. Una lex piratica?

Il contratto collettivo è riuscito ad adattarsi agli ambienti giuridici più disparati. In una vicenda che si dipana lungo più di un secolo di storia, dopo essersi fatto le ossa in un clima di aperta – e poi mal celata – avversione statale e aver retto l’urto della repressione della libertà sindacale nei regimi autoritari [72], il contratto collettivo è assurto a vettore di distribuzione della ricchezza prodotta, strumento di implementazione (talora di anticipazione) del trattamento di legge, fonte e a un tempo limite del potere datoriale, momento di pacificazione tra gruppi, argine avverso gli effetti delle crisi economiche. In una battuta: decisivo fattore di stabilizzazione sociale [73]. Può affermarsi, così, che la «creatura normativa più corteggiata e coccolata del Novecento» [74] rappresenti, nei paesi dotati di un radicato sistema di relazioni industriali [75], un indispensabile veicolo di contemperamento degli interessi di capitale e lavoro; è parte essenziale, in altri termini, della ricerca di una soluzione «a un problema vecchio come il capitalismo»: quello di «sfruttare la funzione allocativa e innovativa intrinseca all’autoregolazione del mercato, senza dovere per questo pagare disparità e costi sociali che sono inconciliabili con i requisiti d’integrazione di una società liberale e [continua ..]

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NOTE

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