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Le basi pregiuridiche della teoria civilistica della rappresentanza sindacale

Enrico Gragnoli, Ordinario di Diritto del lavoro dell’Università di Parma

Nella critica di ogni concezione idealistica della persona, il saggio richiama la centralità che la razionalità umana e la capacità di dominio dell’esperienza individuale hanno assunto nel pensiero di Grandi quale fondamento della visione privatistica della rappresentanza e della definizione dell’interesse collettivo fino ai nostri giorni.

The pre-legal basis of the civil theory of the trade union representation

Criticizing every idealist conception of the person, the essay highlights the centrality that human rationality and its capability to dominate individual experience have assumed in Grandi’s thought as the foundation of his privatistic vision of trade union representation and in the definition of collective interests up to our days.

Sommario:

1. Il rifiuto delle concezioni idealistiche e la visione razionale della persona - 2. La visione antropologica della razionalità umana quale premessa del­la costruzione civilistica della rappresentanza - 3. La razionalità umana e la sua capacità di dominio dell’esperienza individuale - 4. L’espressione giuridica della razionalità umana - 5. L’esercizio della rappresentanza sindacale e la concezione dell’inte­resse collettivo - 6. La dimensione associativa della rappresentanza sindacale e le nuove tecnologie - NOTE


1. Il rifiuto delle concezioni idealistiche e la visione razionale della persona

In una delle sue ultime opere, il prof. Grandi ha rivendicato la sua visione privatistica della rappresentanza e, con notevole energia, ne ha ricostruito il fondamento, ponendolo fuori dal fenomeno giuridico in senso stretto e, come è inevitabile, collocandolo in una dimensione di antropologia filosofica, l’uni­ca in grado di spiegare il senso ultimo della presenza attiva nel divenire sociale. Si legge che il nostro diritto ha espresso la “tradizione teorica della «collettivizzazione» del fenomeno organizzativo sindacale, configurato come soggetto a sé stante, dotato di una propria «alterità», come struttura rappresentativa, rispetto alla base degli organizzati”, tanto che “anche il sindacato, più che una esperienza di libero associazionismo, è teorizzato (…) come un fenomeno di rappresentanza (…) che assume una ragione di priorità, nell’organizzazione della tutela, come espressione di interessi solidali già in natura collettivi e indivisibili” [1]. Più in generale, a livello europeo, “il diritto del lavoro non è, in genere, amico della libertà” [2] e il problema “ha un significato più profondo e più complesso, che riguarda il situarsi del diritto del lavoro in società economiche dominate da sempre più intensi processi di razionalizzazione, che premono sugli spazi [continua ..]

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2. La visione antropologica della razionalità umana quale premessa del­la costruzione civilistica della rappresentanza

Qualora se ne accetti una concezione ascendente, il potere negoziale delle associazioni trae il suo fondamento nell’adesione, che comporta la partecipazione e l’attribuzione della rappresentanza [16], sebbene, per i lavoratori, non si possa fare riferimento al mandato nella sua accezione originaria, se non in ipo­tesi limite, come quella della disposizione di diritti entrati nel patrimonio individuale [17]. L’iscrizione crea il presupposto della selezione (non di necessità democratica, per la mancata attuazione dell’art. 39 Cost.) degli uffici deliberativi, sulla scorta del diritto comune, poiché non occorre uno specifico riconoscimento di libertà da parte dello Stato, a fronte dell’accettazione del vincolo organizzativo e sulla base della direttiva dell’art. 39, comma 1, Cost., con la costituzione di un organismo deputato, per l’intento dei partecipanti, a determinare i fini perseguiti e a esercitare le iniziative conseguenti [18]. Ne deriva una difesa “aggregata” delle istanze individuali [19], ricomposte a seguito della manifestazione di volontà dei soci, con una coesione destinata a esprimere una analisi superindividuale dei problemi del lavoro, persino qualora collida con alcune aspettative, e ciò accade di frequente [20]. Senza una sfera esclusiva di competenza deliberativa (per la piena accettazione legale delle associazioni), la persona è il [continua ..]

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3. La razionalità umana e la sua capacità di dominio dell’esperienza individuale

Sebbene la menzioni [34], non è facile dire quanto il pensiero del prof. Grandi sia stato influenzato dalla parte più originale e sofferta dell’antropologia filosofica cattolica italiana, per cui, “prima dell’avvento della odierna civiltà industriale a tipo di produzione accentrata, la maggiore parte delle forme del lavoro erano l’opposto dell’automatismo, e permettevano all’individuo di vivere ed esplicare le proprie capacità e trovare appagamento proprio nell’atto di lavorare. Fare che questi casi si estendano; fare che il lavoratore nell’atto del lavoro realizzi il suo vivere con il pieno esercizio delle sue capacità e sia presente con tutto se stesso nell’atto del lavoro e non una pura quantità di forza o di attenzione, è l’esigenza che nasce da questa scoperta che il lavorare è insomma un momento e un modo di vivere del soggetto, e non deve nell’atto stesso del suo realizzarsi trasformarsi nella negazione di se stesso” [35]. In fondo, la costruzione ascendente della rappresentanza sindacale è impossibile se non si muove dall’uomo, anche nelle sue relazioni professionali, e dalla sua razionalità edificatrice [36]. Il diritto del lavoro si cimenta con problemi eterni, poiché ha per oggetto la vita, sia delle imprese, sia dei prestatori di opere, e temi che travalicano qual­siasi realistica, [continua ..]

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4. L’espressione giuridica della razionalità umana

Convinto assertore della razionalità individuale quale presupposto dell’ag­gregazione sindacale e sua giustificazione, piuttosto di essere affascinato dalla costruzione esistenzialista dell’impegno personale nel lavoro [46], il prof. Grandi guarda alla necessaria mediazione delle categorie del diritto privato, perché “la rappresentanza in senso giuridico designa il potere proprio dei sindacati di negoziare collettivamente in nome e per conto degli affiliati” e “si ispira ai principi propri del diritto civile di associazione e, per quanto riguarda l’effica­cia formale della contrattazione collettiva, al diritto civile dei contratti” [47]. Se il riferimento all’esperienza del gruppo prevale sulla semplice visione della rappresentanza secondo il sistema del Codice civile [48], il punto di partenza sono i principi privatistici, non solo perché il rapporto interno all’organismo è così regolato, ma perché tutto riporta all’autonomia, cioè a quella individuale ai fini dell’affiliazione e dell’esercizio delle connesse prerogative, a quella collettiva a proposito delle trattative e della stipulazione. Pertanto, non sarebbe potuta spiacere al prof. Grandi la tesi per cui le clausole normative trovano la loro più convincente spiegazione nel modello “circolare del contratto plurilaterale, o contratto di [continua ..]

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5. L’esercizio della rappresentanza sindacale e la concezione dell’inte­resse collettivo

Il prof. Grandi era consapevole del punto più discutibile della sua idea della rappresentanza e osservava che, sempre di matrice privatistica, una altra impostazione [66] mentre, “da un lato, configura i rapporti associativi come elementi costitutivi dell’associazione sindacale, la quale, una volta costituita, è titolare di un potere collettivo proprio e, quindi, di natura non rappresentativa, dall’al­tro, assegna ai predetti rapporti la funzione di circoscrivere l’ambito soggettivo di efficacia dei contratti collettivi, che continuano a essere atti di autonomia privata efficaci soltanto inter volentes” [67]. Il passaggio dalle ragioni individuali all’interesse collettivo è questione nevralgica per la riconduzione alla rappresentanza del negozio sindacale, per l’inevitabile considerazione creativa a opera del gruppo di infiniti punti di vista, non espressi, riportati a unità sulla base delle scelte degli uffici di vertice dell’associazione, rispetto alle prospettive sia dei datori, sia dei prestatori di lavoro. Replica il prof. Grandi che le parti dei rapporti individuali li “mettono nelle mani dell’associazione, che ne assume la rappresentanza nel senso che essa con­centra e unifica e, quindi, rafforza la gestione dei medesimi in sostituzione della molteplicità dei titolari”, e “non è logicamente assurdo ritenere che [continua ..]

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6. La dimensione associativa della rappresentanza sindacale e le nuove tecnologie

Profondo studioso della rappresentanza e pessimo conoscitore delle moderne tecnologie, il prof. Grandi non ha avuto modo di vedere le attuali interferenze fra tali fenomeni sociali, soprattutto sul profilo più delicato del primo, cioè il passaggio dalle aspettative individuali all’interesse collettivo, senza alcuna, possibile somma, ma con una selezione. Ciascun gruppo si interroga sul significato ultimo della sua presenza sociale, affinché possa stabilire non solo che cosa difendere, ma come e fino a quale segno e, in questa costruzione della strategia, se ci si allontana dai temi patrimoniali e si guarda alle clausole giuridiche, nell’ulti­mo ventennio il contratto di categoria ha dimostrato una sorprendente fedeltà alla tradizione, tanto più singolare se è posta a raffronto con l’evoluzione tumultuosa della nostra civiltà [80]. Le trasformazioni [81] sono rare e, per lo più, adottate dietro lo stimolo del legislatore, e non si deve pensare a una reverenza per il passato, ma alla più preoccupante incapacità di governo delle modificazioni [82]. Consapevoli del fatto che, in materie di elevata complessità, l’interesse è sfuggente, i sindacati si rifugiano in logiche sperimentate. Oggi, un rinnovato individualismo pervade l’agire quotidiano dei gruppi [83], in virtù dei nuovi mezzi di comunicazione, tali da permettere un [continua ..]

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NOTE

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