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«Il lavoro non è una merce»: una formula da rimeditare

Michele Tiraboschi, Ordinario di Diritto del lavoro dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Il saggio ha per oggetto la riflessione condotta dal professor Mario Grandi sul principio fondativo del diritto del lavoro espresso nella formula secondo cui il lavoro non è una merce. Una formula sempre da rimeditare, nella storicità del diritto del lavoro e rispetto a visioni mercantilistiche ciclicamente riproposte, e che tuttavia non è stata oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina non solo italiana. Con la conseguenza che quello di Mario Grandi rappresenta ancora oggi, nel pur vasto panorama della letteratura giuslavoristica, uno dei pochi contributi giuridici espressamente dedicati a questa formula vuoi nella sua dimensione storico-evolutiva vuoi anche nei termini di sua attualizzazione e rimeditazione rispetto alle trasformazioni oggi conosciute dal lavoro e dal suo assetto regolatorio che lasciano ancora aperta la tensione tra il lavoro come oggetto di scambio sul mercato e il lavoro come percorso di crescita e sviluppo della persona.

PAROLE CHIAVE: comparazione giuridica - comparazione dei lavoratori - rappresentanza

«Labour is not a commodity»: a formula that must be rethought

This paper discusses Mario Grandi’s insights on the founding principle of labour law expressed through the formula ‘labour is not a commodity’. This formula must be reviewed on an ongoing basis, both in relation to the historicity of labour law and with respect to the mercantilistic approach that is regularly put forward. Despite the relevance of the foregoing issues, little attention has been paid to them by scholars, in Italy and elsewhere. For this reason, Mario and on its implementation and rethinking when it comes to today’s changes in the world of work and its regulation. This holds true if one considers the divide which still exists between work understood as a commodity that can be exchanged Grandi’s work still represents one of the few contributions dealing with this formula in the labour law literature, as it focuses both on its historical and evolutionary dimension on the market and as a way enabling individual growth and development.

Sommario:

1. L’attualità di un pensiero - 2. La comparazione giuridica come storia e come metodo - 3. Il valore di un principio e il valore della persona - 4. Una idea (e non una ideologia) del lavoro - 5. Il ruolo della dottrina giuslavoristica e la difesa della rappresentanza - NOTE


1. L’attualità di un pensiero

Il titolo del presente contributo – lo dico a beneficio degli studiosi più giovani – è niente altro che il titolo di un saggio del professor Mario Grandi apparso nel libro Evolución del pensamiento juslaboralista, edito nel 1997 dalla Fundación de Cultura Universitaria di Montevideo [1] e pubblicato, sempre nello stesso anno, anche nella rivista Lavoro e Diritto [2]. Tutti i saggi raccolti in questo volume collettaneo dedicato al professor Héctor-Hugo Barbagelata, uno dei più autorevoli e stimati studiosi della nostra materia, sviluppavano importanti riflessioni sull’incerto futuro del diritto del lavoro nella stagione della crisi ovvero, a seconda delle diverse latitudini geografiche e politiche di appartenenza dei singoli contributori, della flessibilità o anche della deregolazione. Ad essere messa in discussione era l’attualità del pensiero giuslavoristico chiamato a fare i conti, per un verso, con la difficile lettura e comprensione di una nuova grande trasformazione del lavoro (il post-industrialismo, per intenderci) e, per l’altro verso, con le innovazioni che cominciavano allora a registrarsi anche nel quadro normativo contrattuale e soprattutto legale di riferimento al punto da far temere un lungo tramonto se non la morte stessa del diritto del lavoro [3]. In Italia era stata da poco approvata la «legge Treu» che, [continua ..]

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2. La comparazione giuridica come storia e come metodo

Fatta questa premessa credo sia ora importante sottolineare – sempre a beneficio delle più giovani generazioni di giuristi che, indubbiamente, praticano più di quanto avveniva in passato le esperienze e la realtà di altri ordinamenti giuridici – non solo l’attualità di un pensiero, ma anche quella di un metodo. Non mi riferisco tanto al «ragionare per concetti» su cui altri si sono giustamente soffermati [21] quanto, per il taglio e i contenuti del contributo del professor Mario Grandi che stiamo rileggendo, al metodo della comparazione giuridica. Comparazione giuridica da lui intesa – come ci hanno insegnato grandi Maestri come Gino Gorla e Rodolfo Sacco [22] – non certo come semplice descrizione di modelli o sistemi quanto nei termini, ben più pregnanti per la riflessione scientifica, di «conoscenza» e dunque tutta una altra cosa rispetto alle tante rassegne compilative di cui sono piene le ricerche dottrinali più recenti. In questi termini la comparazione giuridica è essenzialmente storia e, come storia, va oltre l’apparenza contrastando il dilagare dei falsi concetti, gli equivoci nominalistici e i luoghi comuni [23]. Proprio il metodo comparato, messo al servizio della verità scientifica e non delle ideologie (come spesso capita nella nostra materia), ha consentito a Mario Grandi di concentrare la sua riflessione sulle ricadute [continua ..]

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3. Il valore di un principio e il valore della persona

La incorporazione nel Trattato di Versailles del 1919 – avvenuta, invero, in termini ancora compromissori [37], quale risposta a un ben più ampio ed articolato progetto politico di difesa e consolidamento della sovranità dei diversi Stati nazionali e del sistema di produzione capitalistico [38] – e, soprattutto, nella dichiarazione di Filadelfia del 1944, consente indubbiamente di ampliare il significato e le ricadute pratiche del principio secondo cui il lavoro non è una merce. Da questo momento viene garantito, anche a livello internazionale, un ancoraggio formale e autorevole alla legislazione protettiva del lavoro sul piano del rapporto individuale mediante la tecnica della norma inderogabile e, quindi, attraverso la sottrazione di parte dello scambio che ha per oggetto una prestazione di lavoro da logiche privatistiche e puramente mercantilistiche. Mario Grandi parla, in proposito, di una «regolazione sociale pubblica dei mercati del lavoro» [39] e, con essa, di una «definitiva chiusura della controversia economico-liberista sul valore del lavoro come bene (speciale) di mercato» [40]. E tuttavia tanto l’affermazione formale di questo principio quanto la sua trasposizione in concreti atti normativi non sono ancora sufficienti, nella prospettiva culturale e valoriale accolta e difesa da Mario Grandi, per riconoscere la preminenza del valore della persona e della sua [continua ..]

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4. Una idea (e non una ideologia) del lavoro

La tensione tra «lavoro oggetto» (scambio economico governato dal tempo di lavoro) e «lavoro soggetto» (la persona e i suoi bisogni non solo materiali) è dunque, oggi come nel passato, l’essenza giuridica del “problema lavoro”; ora in forme ancora più evidenti e urgenti rispetto a quanto si potesse forse comprendere nel 1997, sul volgere del «secolo del lavoro» [65], e bene espressi da quella polarizzazione che segnalano gli economisti [66] tra un mercato di basse professionalità ancora dominato dal tempo di lavoro e un mercato delle competenze e delle altre professionalità che tende verso una gestione individuale del rapporto di lavoro e del relativo trattamento economico al di fuori delle logiche di standardizzazione proprie della contrattazione collettiva (quantomeno della contrattazione collettiva nazionale). Non è questa la sede per entrare nella complessa questione di come la formula secondo cui «il lavoro non è una merce» abbia inciso sulla teoria generale del contratto di lavoro [67] e sulla stessa concezione dell’oggetto del contratto di lavoro [68] e quale ruolo possa oggi giocare rispetto alla attuale emersione di un nuovo concetto di professionalità e di forme di lavoro senza precisi vincoli spazio-temporali (come lo smart working) che destrutturano il mercato del tempo di lavoro ereditato dal [continua ..]

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5. Il ruolo della dottrina giuslavoristica e la difesa della rappresentanza

Quella di Mario Grandi è una riflessione che si colloca agevolmente dentro la dimensione giuridico-istituzionale e prima ancora culturale e valoriale di un modello sociale europeo, oggi consolidato grazie al nuovo «pilastro sociale» [83] e che conferma la sua previsione [84] secondo cui in Italia non si sarebbero potute radicare visioni spinte di matrice neo-liberale, diversamente da quanto avvenuto nei Paesi di cultura anglosassone che, non a caso, da tempo si apprestano a vivere l’incerta stagione della c.d. «Brexit» con tutto il suo prevedibile impatto sulle tutele del lavoro [85]. Nel modo di pensare europeo-continentale la prevedibile «rivalutazione del mercato nel campo delle attività di lavoro» [86] – e con essa la non facile ricerca o anche necessità nel rapporto tra razionalità economica e razionalità giuridica di «un nuovo equilibrio tra “collettivo” e “individuale” e tra “legale” e “contrattuale”» [87] – non potrà dunque che fare i conti e «conciliarsi con un assetto di regole legali e collettive destinate a operare come rete di protezione e di sicurezza contro il ritorno a logiche mercantilistiche socialmente incontrollate» [88]. Nessuna sorpresa, insomma, se «la tensione irrisolta tra lavoro-oggetto e lavoro-soggetto continua a percorrere [continua ..]

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NOTE

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