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Il dialogo sociale europeo. Uno sguardo al passato ed uno al futuro

Roberta Nunin (Prof. associato di Diritto del lavoro nell’Università di Trieste)

Il saggio, muovendo da recenti prese di posizione della Confederazione europea dei sindacati (CES-ETUC), analizza gli effetti della crisi sul dialogo sociale europeo e le possibili prospettive di rilancio delle stesso.

PAROLE CHIAVE: Unione europea - confederazione europea dei sindacati - contrattazione collettiva - dialogo

The European social dialogue. One look at the past and one at the future

Moving from some recent positions of the ETUC, the essay analyzes the effects of the crisis on the European social dialogue and the possible prospects for relaunching it.

Keywords: European Union, European social dialogue, European Trade Union Confederation, Collective bargaining

 

1. «Yet austerity is not dead». Vecchi problemi e nuove prospettive per la Confederazione Europea dei sindacati

Con la “Dichiarazione di Roma”, adottata nel maggio del 2017 a conclusione della Mid-Term Conference tenutasi nella capitale italiana [1], la Confederazione Europea dei Sindacati (CES-ETUC) [2], a sessant’anni dalla stipula del Trattato istitutivo della C.E.E., ha voluto rimarcare l’imprescindibile necessità di rilanciare a livello eurounitario un’azione sociale da tempo assai appannata, così come le pratiche di dialogo tra le parti sociali, anch’esse di recente alquanto marginalizzate.

Queste ultime infatti – avviate a cavallo fra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta del secolo scorso [3] (con alcuni importanti risultati anche in termini di contrattazione collettiva sovranazionale) [4] e che oggi trovano la loro base giuridica negli artt. 151-155 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) – sono state fortemente ridimensionate negli anni della crisi, in un quadro di governance dell’Unione pesantemente condizionata dalle istanze tecnocratiche legate agli obiettivi di equilibrio finanziario [5] e dalla parallela recessione delle tutele sociali [6]: sintomaticamente, si pensi alla circostanza che il riferimento al ruolo del dialogo sociale è stato ‘recuperato’ nell’agenda di “Europa 2020” solo a seguito di una decisa presa di posizione sul punto ad opera delle parti sociali [7]. D’altra parte, anche la clausola sociale orizzontale introdotta nel testo del TFUE (art. 9) dal Trattato di Lisbona [8] – che dichiara che l’Unione deve tenere conto, nelle sue politiche e nelle sue azioni, delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute – sembra aver spiegato fino ad oggi ben pochi effetti [9], così come sempre più incerto appare – nell’elaborazione della giurisprudenza della Corte di Giustizia, a partire dal notissimo “Laval Quartet” [10] – l’esito del bilanciamento tra le libertà economiche ed i diritti sociali [11]- [12].

Tuttavia, come è stato di recente osservato, di fronte ad una crisi che va letta come ‘sistemica’ piuttosto che semplicemente come ‘ciclica’, paradossalmente non v’è «probabilmente (...) momento migliore di questo per interrogarsi sui diritti sociali che sembravano una conquista certa delle migliori energie intellettuali e politiche del secolo scorso del Vecchio continente» [13], la cui trama vediamo con preoccupazione progressivamente sfilacciarsi. Muovendo da tale prospettiva, opportuno appare dunque dedicare qualche attenzione alle prospettive del dialogo sociale ed ai programmi d’azione formulati negli ultimi anni dall’attore sindacale sovranazionale nel tentativo di riaccendere l’attenzione intorno alle esigenze di rilancio e tutela di tali diritti, pur nella consapevolezza della complessità dell’attuale contesto politico eurounitario; una complessità che si manifesta non solo attraverso le recenti (e crescenti) spinte centrifughe emerse in diversi Paesi membri e culminate con la scelta pro-exitdel Regno Unito, ma anche nell’evidente accresciuta eterogeneità degli Stati membri [14], con differenze estreme che vanno «da quelle ordinamentali a quelle legislative e socioeconomiche, arrivando allo stesso approccio sistemico» [15]; a ciò si aggiunge poi il fatto che, come un autore ha condivisibilmente osservato, «il contesto post allargamento riscrive la delimitazione “europea” del patrimonio concettuale, ciò ponendo seri interrogativi sulla possibilità stessa di ricostruire un linguaggio comune e sincronico di categorie teoriche tra gli Stati dell’Unione.» [16] Sono, questi, tutti elementi che hanno spiegato i propri effetti riverberandosi anche sulle pratiche di dialogo avviate un ventennio addietro tra la Commissione e le parti sociali e, in via autonoma, tra queste ultime.

A tali obiettive criticità si accompagna inoltre il profondo travaglio che in molti Paesi membri vivono le associazioni sindacali [17], evidenziato tra l’altro da una consistente e progressiva diminuzione degli iscritti e dalle oggettive difficoltà di intercettare le generazioni più giovani (e precarie) dei lavoratori. Una crisi (anche) di identità, questa del sindacato, indubbiamente acuita nel contesto europeo dagli effetti della lunga recessione economica che ha caratterizzato l’ultimo decennio e che ha prodotto in diversi Paesi conseguenze sociali devastanti a seguito delle severissime misure di austerity imposte dalla c.d. “troika” [18]quale conditio sine qua non per i piani di salvataggio [19], accompagnate dal varo di riforme del lavoro che hanno in più contesti ridimensionato il rilievo dell’autonomia collettiva [20], mostrando di perseguire l’obiet­tivo di una progressiva ‘individualizzazione’ della relazione lavorativa [21], foriera inevitabilmente (anche) di un inasprimento dei conflitti ‘interni’ tra i lavoratori (giovani vs. anziani, precari vs. stabili, e così via).

Si deve certamente dare atto che la CES non ha mai mancato in questi anni di fare pressione sulle istituzioni europee perché modificassero un approccio apparso del tutto sordo alle istanze sociali: tuttavia (e purtroppo) a nulla è valso il rilievo, a suo tempo tempestivamente sollevato dal sindacato europeo, su come il Patto per la Stabilità avesse assunto i caratteri di una vera e propria camicia di forza, nei fatti impedendo a molti Paesi di realizzare investimenti nei servizi pubblici e, dunque, ostacolando il contrasto agli effetti sul piano occupazionale della crisi e le stesse prospettive di crescita.

Adesso che i segnali di ripresa economica sembrano aprire qualche maggiore spiraglio, soprattutto in direzione di un alleggerimento degli oneri che hanno finito per pesare in misura particolarmente gravosa e sbilanciata sui lavoratori, il sindacato europeo chiede di essere comunque vigili nella difesa dei diritti sociali, osservando, nel documento già più volte citato, che, nonostante i proclami che vorrebbero la crisi ormai alle nostre spalle, in realtà «la politica di austerità non è morta» [22] e richiamando di conseguenza la necessità di (ri)lanciare un ambizioso Pilastro europeo per i diritti sociali, che faccia tesoro degli errori commessi negli ultimi anni. Nel documento adottato a Roma, infatti, la CES – quale memento per le scelte future dell’Unione – non manca di sottolineare quali siano stati, sul piano politico, gli effetti di fallout originati dal difficile contesto economico (e, soprattutto, dalle scelte adottate per fronteggiarlo), a partire proprio da quella diffusa disaffezione in molti strati del­l’opinione pubblica europea circa il progetto stesso di integrazione, culminata da un lato nella già ricordata Brexit (contro la quale la Confederazione si era a suo tempo apertamente e con forza pronunciata [23]) e, dall’altro, nella crescita esponenziale del consenso intorno a partiti e/o movimenti fortemente critici e polemici con l’Unione, laddove non dichiaratamente antieuropeisti e xenofobi.

Il dibattito rilanciato di recente dalla Commissione sulla dimensione sociale dell’Unione nel quadro del Libro bianco sul futuro dell’U.E. a 27 – da salutare ovviamente con favore, ancorché, purtroppo, alquanto tardivo – e la prospettazione degli ormai noti cinque possibili scenari alternativi per le scelte politiche future [24], ognuno dei quali suscettibile naturalmente di un diverso impatto sulle tematiche sociali, hanno fornito alla CES l’occasione per ribadire la necessità di un approccio diverso rispetto all’oblio al quale queste ultime erano state abbandonate negli ultimi anni dal rigido modello neo-liberista imposto dalla troika. Un cambiamento di passo, quello auspicato dal sindacato europeo, più che mai necessario anche di fronte alle sfide poste al nostro continente dai processi di trasformazione epocale in corso, che investono in misura rilevante il lavoro e l’economia e che sono legati – per limitarci solo ad alcuni tra gli aspetti più eclatanti – ai massicci movimenti migratori in atto, alle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla crescita rapidissima della c.d. gig-economy, con nuovi ed inediti scenari – forieri certo di nuove opportunità, anche se non privi di rischi – che si prospettano per lavoratori ed imprese.

Nel documento adottato a Roma nella primavera di quest’anno la Confederazione europea sottolinea la necessità di operare, anche attraverso l’azione a livello nazionale dei propri associati, per evitare che i lavoratori siano lasciati soli di fronte alle sfide che si preparano per il futuro e per prevenire le conseguenze, sempre possibili, di un aumento delle diseguaglianze e degli squilibri a livello regionale in seno all’Unione. Proprio un rilancio del dialogo sociale a tutti i livelli viene individuato come uno strumento idoneo a perseguire un tale risultato; come si sottolinea nel documento citato, «EU institutions should be more democratic, transparent, accountable and efficient, workers and citizens want to feel their voice heard by decision makers» [25]. Nello specifico, la CES evidenzia alcuni temi intorno ai quali avviare un necessario confronto da parte del sindacato con le istituzioni eurounitarie (oltre che all’interno dei diversi Paesi): l’orientamento degli investimenti verso una crescita sostenibile, il lavoro di qualità e la qualità dei servizi pubblici; un aumento dei salari ed una progressiva convergenza verso l’alto degli stessi rafforzando la contrattazione collettiva, il dialogo sociale e la partecipazione dei lavoratori; l’attenzione alla sostenibilità (anche) sociale dei processi di digitalizzazione/automazione in atto; un rafforzamento del pilastro dei diritti sociali (con il significativo accento posto su parole d’ordine ‘antiche’: si veda l’auspicio per una «more social Europe», che richiama direttamente alla memoria le origini del dialogo sociale europeo nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso); infine, non si manca di chiedere un’azione decisa – e fino ad oggi sicuramente carente, se non assente – per contrastare il dumping sociale e salariale, cercando a tal fine di sviluppare una mobilità dei lavoratori che sia equa (“fair”) e non finisca per esporre gli stessi a situazioni di sfruttamento in un contesto di concorrenza al ribasso (come purtroppo insegna l’esperienza dei distacchi transnazionali lungo la faglia Est-Ovest dell’Unione). Questi obiettivi si pongono peraltro perfettamente in linea con i tre pilastri del Programma di azione della CES 2015-2019 [26], varato in occasione del tredicesimo Congresso della Confederazione (Parigi, 2015): un’economia più forte, ma al servizio delle persone; sindacati più forti, a sostegno dei valori democratici e per la democrazia nei luoghi di lavoro; ambiziosi standard sociali.

Proprio in seno al secondo pilastro sopra richiamato, dedicato al ruolo del sindacato, il Programma della Confederazione europea dei sindacati focalizza l’attenzione sulla centralità del dialogo sociale, ripercorrendone le tappe a partire dal c.d. “processo di Val Duchesse” della seconda metà degli anni Ottanta, con i primi incontri tra le parti sociali europee propiziati e sostenuti dalla Commissione Delors, per arrivare poi alle norme sulla contrattazione collettiva inserite nel Protocollo sociale del Trattato di Maastricht (1992) e poi integrate nel corpus del Trattato CE con il Trattato di Amsterdam (1997) [27], fino alla crisi, progressivamente acuitasi negli anni successivi al 2008, che sembra restringere senza appello gli spazi per una contrattazione a livello sovranazionale che si erano a suo tempo (sebbene talora con non poca fatica) aperti anche grazie agli interventi normativi sopra richiamati.

Si tratta, dunque, per il sindacato europeo, di verificare se e quali prospettive di rilancio del dialogo sociale e della contrattazione collettiva in ambito sovranazionale siano percorribili e quali possano essere gli sviluppi di un ‘autonomo’ dialogo sociale a livello dell’Unione: non deve peraltro essere sottovalutata la circostanza che – con riguardo a questo tema – all’interno delle stesse parti sociali europee permane una storica ‘asimmetria’ nell’approccio a tali questioni, con la permanente riottosità della parte datoriale ad un coinvolgimento in pratiche contrattuali sovranazionali, posizione che rende non poco arduo immaginare – in un contesto politico-economico come quello attuale – che gli auspici formulati dalla CES possano avere un positivo accoglimento in tempi brevi.

2. It takes two to tango: quali spazi per una contrattazione collettiva europea?

Se lo scenario è quello che si è appena delineato – non certo favorevole, con le architetture di governance economica che a livello sovranazionale e nazionale «mettono in primo piano le politiche economiche ma finiscono per incidere soprattutto sugli ordinamenti giuslavoristici, costringendo gli Stati ad attuare riforme anche radicali delle rispettive normative» [28] e spingendo per una revisione degli stessi equilibri interni della contrattazione, con evidenti processi di decentramento diretti a ridurre il ‘peso’ del contratto nazionale – si tratta di vedere se, e seguendo quali percorsi, sia possibile un rilancio del dialogo sociale nel contesto europeo, oppure se si prospettino nuove direzioni da percorrere per la Confederazione Europea dei Sindacati.

Da qualunque parte si voglia affrontare la questione, il tema della contrattazione collettiva di livello sovranazionale resta comunque centrale, con i suoi (limitati) successi e con i suoi (molti) problemi, riconducibili in prima battuta proprio alla difficoltà di superare le resistenze verso l’attivazione di pratiche negoziali ‘europee’ da parte di uno degli attori – BusinessEurope [29], che affilia le Confederazioni nazionali dei datori di lavoro del settore privato – necessariamente chiamati in causa: it takes two to tango e, ovviamente, le resistenze della parte datoriale a sedersi al tavolo contrattuale hanno più volte negli anni originato situazioni di stallo prolungato, tradottesi poi spesso in un definitivo arenarsi della prospettiva negoziale.

Volendo sinteticamente richiamare il quadro normativo di riferimento (da tempo consolidato) che emerge dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione, si devono qui segnalare in particolare le disposizioni degli artt. 151, 154 e 155 del TFUE.

L’art. 151 TFUE individua nel “dialogo sociale” un obiettivo dell’Unione; a questo proposito, si deve ricordare che l’espressione social dialogue è stata spesso utilizzata in passato dalla Commissione con riferimento sia alle discussioni ed alle possibili negoziazioni tra i partners sociali europei (CES, UNICE – oggi BusinessEurope – e CEEP) (c.d. “dialogo sociale bipartito”), sia al confronto ed alle discussioni tra gli stessi e le istituzioni eurounitarie (c.d. “dialogo sociale tripartito”, che oggi trova una sorta di sede ‘costituzionale’ ex art. 152, c. 2, TFUE, nel “Vertice sociale trilaterale per la crescita e l’occu­pazione”). Le parti sociali europee, peraltro, a far tempo dalla Dichiarazione congiunta al vertice di Laeken (2001) hanno rivendicato la necessità di alcune precisazioni semantiche per contrastare un utilizzo del termine “dialogo sociale” in senso eccessivamente ampio, che ne potesse in qualche modo ‘annacquare’ la portata: si è così distinto tra “concertazione tripartita” (che attiene al confronto tra le parti sociali sovranazionali e le istituzioni europee) e dialogo sociale “in senso proprio”, che dovrebbe riferirsi dunque esclusivamente al confronto bilaterale tra management labour: come si è osservato, una tale distinzione [30] costituisce il presupposto sia per marcare la differenza tra “dialogo sociale” e “dialogo civile” [31], sia per evitare la confusione tra dimensione concertativa e dimensione contrattuale [32].

Quest’ultima assume un ruolo da protagonista negli artt. 154 e 155 TFUE, laddove si specifica come tale dialogo possa condurre anche a veri e propri accordi collettivi, che in queste norme trovano la cornice regolativa di riferimento: si prevede infatti che, prima di adottare provvedimenti in campo sociale, la Commissione europea debba consultare le parti sociali e che queste ultime – inserendosi nella procedura legislativa avviata dalla Commissione, oppure in via del tutto autonoma – possano negoziare accordi collettivi, che potranno essere attuati o in via autonoma anch’essi, secondo le procedure e le prassi proprie delle parti sociali e degli Stati membri, o – su richiesta delle parti sociali stesse e purché l’accordo non vada ad incidere su materie estranee alla competenza dell’Unione – mediante una “decisione” del Consiglio (fino ad oggi, una direttiva, essendo il riferimento alla decisione utilizzato nella norma in questione come sinonimo di “atto normativo” e non quale richiamo alla specifica fonte derivata di cui all’art. 288 TFUE).

Se il termine di riferimento per la valutazione dei ‘prodotti’ riferibili al dialogo sociale europeo degli ultimi vent’anni dovesse essere quello dei sistemi di contrattazione rinvenibili nella maggior parte dei Paesi membri [33], tale valutazione rischierebbe di essere non molto confortante: «se si utilizzano, infatti, come metro di misura e di valutazione i paradigmi interni della contrattazione collettiva, il dialogo sociale comunitario non può che essere destinato ad una lettura che ne descrive il progressivo “declino”» [34].

Limitando in questa sede il perimetro della riflessione solo agli accordi interconfederali intersettoriali [35], pochi sono i prodotti, con un impatto via via sempre meno stringente. Si passa infatti dai tre Accordi quadro conclusi negli anni Novanta del secolo scorso (‘indotti’ da una precedente fase di consultazione della Commissione, circostanza che non poco ha inciso sulla disponibilità alla negoziazione della parte datoriale) in materia di congedi parentali (1996), part-time (1997) e lavoro a termine (1999) – attuati con la modalità ‘forte’ della direttiva – ai successivi Accordi dal primo decennio Duemila – telelavoro (2002), stress-lavoro correlato (2004), violenza al lavoro (2007) – che in parte toccano temi meno controversi (come indubbiamente sono quelli riferibili all’area della sicurezza sul lavoro) e sono rimessi alle modalità di attuazione più ‘deboli’, proprie della parti sociali nei diversi Paesi membri; ad essi da ultimo si sono poi aggiunti – oltre alla revisione dell’Accordo del 1996 sui congedi parentali (2009) – l’Accordo sui mercati del lavoro inclusivi (2010) ed il recentissimo Accordo – come il precedente negoziato in via autonoma dalle parti sociali – sull’invecchiamento attivo ed un approccio intergenerazionale (2017).

Senza fermarsi tuttavia al dato meramente ‘quantitativo’, certo poco incoraggiante (ma che peraltro andrebbe accompagnato dalla considerazione degli esiti del dialogo sociale di livello settoriale, che in alcuni ambiti ha mostrato una certa vivacità ed ha comunque prodotto anche accordi attuati con modalità ‘forti’, tramite direttiva [36]) la dottrina maggiormente attenta al fenomeno del dialogo sociale nella sua traduzione negoziale ha tentato di individuare nuovi parametri per valutarne potenzialità e risultati, muovendo da una duplice premessa: «l’impossibilità di ricostruire la contrattazione collettiva europea come livello di vertice degli assetti contrattuali interni; l’ibridazione della contrattazione comunitaria con la dimensione regolativa soft sperimentata a livello istituzionale, come nell’Accordo sulla silice cristallina [37], nonché con gli strumenti più propriamente process-oriented del dialogo sociale di seconda generazione, come nell’Accordo sui mercati del lavoro inclusivi» [38]. Nella consapevolezza del carattere multilivello della governance europea (anche) nelle relazioni industriali, in dottrina si è sottolineato come non possa ritenersi sussistente a livello europeo un sistema integrato verticalmente, dovendo la valutazione di efficienza della contrattazione collettiva eurounitaria vertere sulla sua capacità non tanto di configurarsi come livello di vertice vincolante, quanto di funzionare come «sistema di azione», di «costruzione sociale» [39].

Si tratterà di vedere se questa ‘azione’ potrà sperimentare una prossima positiva ripresa; nella Dichiarazione di Roma del 2017, già più volte citata, la CES dichiara di apprezzare la volontà espressa dalla Commissione di rilanciare il dialogo sociale a tutti i livelli ma, proprio per evitare che i proclami rimangano sterili, chiarisce di aspettarsi che – a fronte di tali impegni – «i salari e la contrattazione collettiva, il dialogo sociale e la partecipazione dei lavoratori» diventino gli obiettivi fondamentali nell’attuazione del Pilastro Europeo dei Diritti sociali [40].

Anche il già richiamato Programma d’Azione 2015-2019 della CES, nel­l’ambito del secondo pilastro (Stronger Unions for democratic values and democracy at work), dopo aver sottolineato l’impatto negativo della crisi sulle pratiche di dialogo sociale e sulla contrattazione collettiva a tutti i livelli, evidenzia la persistente opposizione della controparte datoriale (e di alcuni governi) allo sviluppo di una contrattazione autonoma europea intersettoriale e dunque la difficoltà – in assenza di una, sia pure indiretta, ‘pressione’ della Commissione – di (ri)attivare le procedure negoziali (v. § 101 del documento).

Proprio la Commissione è richiamata alla responsabilità di intensificare il proprio sostegno al rilancio del dialogo sociale, che non deve essere confuso con il “dialogo civile”, né con la tematica della Corporate Social Responsibility (v.§ 117). Peraltro l’attore sindacale chiarisce che si opporrà a ogni tentativo della Commissione di aggirare l’obbligo stabilito dall’art. 155 TFUE di presentare al Consiglio gli accordi conclusi dalle parti sociali in sede di contrattazione collettiva sovranazionale, sulla base ad esempio di valutazioni di ‘impatto’ (§ 119); a tale ultimo proposito, merita di essere qui ricordata la vicenda dell’Accordo quadro concluso dalle parti sociali nel 2016 per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori del settore dell’acconciatura e dell’este­tica, in relazione al quale la Commissione – suscitando non poche polemiche da parte sindacale – ha ritenuto di dover effettuare una valutazione di ‘impatto proporzionale’ prima di poter dar corso alla richiesta delle parti sociali firmatarie di attuare detto accordo con una decisione del Consiglio.

Con specifico riferimento alla contrattazione ‘autonoma’, la CES invita poi i partners sociali a considerare gli accordi conclusi come parte di un «quasi EU social acquis» (§ 127); anche un’azione più decisa sul monitoraggio e l’implementazione di tali accordi è richiesta, con la proposta di prevedere una clausola che – in caso di monitoraggio assente o carente – consenta di richiedere alla Commissione l’attuazione dell’accordo tramite direttiva (§126).

Nonostante le obiettive difficoltà e le frustrazioni degli ultimi anni, la CES tiene dunque la barra ferma quanto alla centralità anche a livello europeo dei processi di contrattazione collettiva, core business dell’azione sindacale. In quest’ottica però, sempre più necessario appare – per evitare di ricadere nella trappola dei veti paralizzanti – cercare di perseguire un’alleanza con la parte datoriale più intelligente, che – nel nuovo scenario che i segnali di uscita dalla crisi permettono di prefigurare – consenta di valorizzare il legame tra economie competitive, livelli elevati di produttività, rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori e relazioni leali e forti tra le parti sociali.

Con le proprie recenti prese di posizione il sindacato europeo non teme dunque di lanciare una sfida, i cui esiti sono incerti, perché molte sono le variabili in gioco, non da ultimo la persistente difficoltà di attivare gli strumenti ‘classici’ del conflitto a livello sovranazionale, ma anche possibili ed inattesi ‘ostacoli’ frapposti dalla Commissione, come palesa la vicenda dell’Accordo per gli acconciatori del 2016. Trattasi peraltro di una sfida rivolta non solo ad una parte datoriale che fino ad oggi ha giocato la partita del dialogo sociale bilaterale con scarsa convinzione, ma anche dall’attore sindacale a se stesso: è infatti evidente la necessità per il sindacato di ripensare – anche nella sua proiezione a livello europeo – le proprie modalità di agire e le relazioni con i lavoratori rappresentati, così come la formazione dei propri operatori (altro tema su cui si concentrano i documenti della CES che abbiamo più volte richiamato) per riuscire a costruire davvero quella figura di ‘sindacalista europeo’ ad oggi più vagheggiata che concretamente realizzata.

Solo il tempo naturalmente potrà dirci se dopo il ‘grande freddo’ della crisi potrà aprirsi una stagione favorevole ad un rilancio dell’azione sociale che possa restituire centralità e rilievo anche alle pratiche contrattuali sovranazionali. Le dinamiche dell’integrazione europea, d’altra parte, ci hanno abituato a questi stop and go, e proprio l’esperienza degli anni Ottanta del secolo scorso può essere ricordata come esempio sintomatico di un tanto, per consentire di guardare al futuro senza farsi travolgere dal pessimismo.

3. Qualche (provvisoria) conclusione

Di recente un’autrice ha osservato come il c.d. “modello sociale europeo” abbia una ‘curiosa’ caratteristica: «initially conceived of as a ‘market-correc­ting’ tool and then gradually widened through increased legislative competence (…) it never developed as an all-encompassing and comprehensive European social policy» [41].

Di tale modello è indubbiamente parte integrante il dialogo sociale, per il quale potremmo proporre, mutatis mutandis, un ragionamento analogo: individuato (e ripetutamente evocato dalla Commissione) come strumento di rilievo cruciale a supporto/integrazione degli altri tradizionalmente utilizzati nel contesto della politica sociale comunitaria – in un momento storico, la seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, nel quale a Bruxelles si cercava faticosamente di uscire dal contesto dei veti paralizzanti sugli interventi legislativi di politica sociale che avevano segnato la prima metà di quel decennio – lo stesso non è però riuscito a dispiegare ancora tutte le proprie potenzialità, in particolare proprio sul piano dello sviluppo delle dinamiche di contrattazione collettiva sovranazionale, nelle quali all’inizio erano riposte le maggiori speranze, secondo una logica legata ai paradigmi del diritto del lavoro e del diritto sindacale del secondo Novecento.

La crisi manifestatasi nella seconda metà del primo decennio del nuovo secolo, con le sue asprezze e con il diffuso arretramento dei diritti sociali che l’hanno caratterizzata, assieme alla progressiva messa in discussione delle tradizionali strutture di rappresentanza dei lavoratori ed al progressivo affermarsi in molti Paesi membri di forme di decentramento e frammentazione della contrattazione collettiva, con uno sdoganamento definitivo di forme di deroga anche in peius rispetto alle tutele legali, non ha certo aiutato. Tuttavia una quota di responsabilità per il progressivo inaridirsi delle pratiche del dialogo sociale a livello sovranazionale deve essere attribuita anche al diverso approccio delle parti sociali europee a tale materia (in particolare nella sua declinazione ‘contrattuale’), segnato dalle contrapposte – e, di fatto, molto spesso inconciliabili – spinte verso un’accelerazione (auspicata dalla parte sindacale) ed una frenata (lucidamente perseguita in diverse circostanze dalla parte datoriale privata).

Le potenzialità del dialogo sociale nella costruzione di un sistema multi-livello di relazioni industriali europee – anche e soprattutto per la componente del dialogo sociale c.d. “autonomo” – sono così rimaste in buona parte inespresse. D’altra parte, come si è condivisibilmente affermato in dottrina, l’a­cuirsi della polarizzazione di interessi contrapposti sull’asse orizzontale – cioè nei diversi contesti nazionali, e, dunque, anche tra sindacati di Paesi diversi [42] – ha complicato e complica ulteriormente un quadro già assai intricato: proprio in questa possibile concorrenza al ribasso, indotta dalle difficoltà del contesto economico, si può rinvenire infatti «la più attuale difficoltà di ricostruire a livello sovranazionale un interesse collettivo dei lavoratori, così minandosi alla base la possibilità di attivare i circuiti virtuosi di governance prospettati nel funzionamento del dialogo sociale autonomo» [43].

Si pone indubbiamente anche un problema di deficit democratico, che si sostanzia e si alimenta nell’incapacità dimostrata dalla governance economica europea di attivare meccanismi di crisis prevention con un coinvolgimento convinto delle parti sociali, così come non priva di conseguenze – a fronte di un progressivo ammorbidimento della regolazione istituzionale europea caratterizzato dall’utilizzo sempre più di frequente nelle materie del lavoro di tecniche di soft law – appare la progressiva prevalenza nel dialogo sociale di forme di contrattazione prevalentemente integrative/complementari, in cui l’enfasi è posta sul parternariato e sulla cooperazione [44], piuttosto che sull’an­tagonismo degli interessi delle parti, che caratterizza invece il tradizionale modello di contrattazione ‘distributiva’. D’altra parte, nella perdurante sostanziale impossibilità per il sindacato europeo di poter contare sullo strumento del conflitto – lo sciopero – anche in sede sovranazionale, quello che rimane – nel progressivo restringersi degli spazi per una contrattazione europea che traeva inizialmente la propria forza anche e soprattutto dal suo inserirsi in un processo legislativo avviato dalla Commissione (oggi, nell’era della soft law, sempre più arduo da attivare in materia sociale) – è l’auspicio per un consolidarsi di pratiche contrattuali autonome che, alla luce delle perduranti resistenze datoriali, potrebbe tuttavia sembrare ad alcuni, al momento, alquanto irrealistico.

In conclusione, può allora forse essere interessante volgere l’attenzione dal piano ‘macro’ degli accordi di carattere intersettoriale generale – sui quali in questo breve scritto ci siamo concentrati e sui quali, in passato, tante aspettative si erano risposte – a quello ‘micro’ del dialogo sociale che negli anni si è realizzato nell’ambito della contrattazione aziendale ‘transnazionale’ [45], cioè quella che si attua in seno alle imprese multinazionali di dimensione comunitaria: proprio da quest’ultima, infatti, sembra venire oggi qualche segnale di un maggior dinamismo. Anche a livello europeo, dunque, potrebbe finire per emergere una dinamica già sperimentata in diversi contesti nazionali [46], che vede uno spostamento – volontario, o, più spesso, indotto dal legislatore (si vedano ad esempio le spinte in questo senso venute dalle riforme degli ultimi anni in Italia e in Spagna, così come gli interventi che si prospettano in Francia) – del baricentro della contrattazione collettiva in direzione di un decentramento più o meno spinto.

Ma questa, appunto, è un’altra storia.

 

 

NOTE

[1] Declaration adopted at the ETUC Mid-Term Conference in Rome on 29-31 May 2017, in www.etuc.org.

[2] Costituita nel 1973, su impulso di undici Confederazioni sindacali europee allora appartenenti alla CISL-Internazionale, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES o, secondo l’acronimo inglese, ETUC) affilia oggi ottantanove Confederazioni sindacali di trentanove Paesi europei. Per l’Italia sono membri la CISL, la UIL (che furono tra i fondatori) e la CGIL, divenuta membro della CES nel 1974. L’attuale Segretario generale è l’italiano Luca Visentini. Per una ricostruzione del percorso storico e dell’evoluzione delle politiche della CES, sia consentito rinviare a R. NUNIN, Sindacato in Europa. La Confederazione Europea dei Sindacati di fronte alle sfide della moneta unica e dell’allargamento ad Est dell’U.E., Giuffrè, Milano, 2001, ed ivi ulteriori riferimenti bibliografici.

[3] Con riguardo al processo evolutivo del dialogo sociale europeo, v. F. GUARRIELLO, Ordinamento comunitario e autonomia collettiva. Il dialogo sociale, Franco Angeli, Milano, 1992; EAD., Il contributo del dialogo sociale alla strategia europea per l’occupazione, in Lav. dir., 2004, 351 ss.; B. VENEZIANI, Dal dialogo sociale alla contrattazione collettiva nella fase della trasformazioni istituzionale dell’Unione europea, in Riv. giur. lav., 1998, I, 239 ss.; G. ZILIO GRANDI, Parti sociali e contratto collettivo nell’Unione europea, Giappichelli, Torino, 1998; A. LO FARO, Funzioni e finzioni della contrattazione collettiva comunitaria, Giuffrè, Milano, 1999; R. NUNIN, Il dialogo sociale europeo. Attori, procedure, prospettive, Giuffrè, Milano, 2001; J. GOETSCHY, The European Social Dialogue in the 1990s: Institutional Innovations and the New Paradigma, in Transfer, 2005, 3, 409 ss.; M. PERUZZI, L’autonomia nel dialogo sociale europeo, Il Mulino, Bologna, 2011; A. VIMERCATI, Teorie e prassi del dialogo sociale europeo, in Studi sull’integrazione europea, 2014, 485 ss.

[4] Il riferimento è, in particolare, ai framework agreements della metà degli anni Novanta (poi attuati tramite direttive) in materia di congedi parentali, part-time e lavoro a tempo determinato, ed a quelli dell’inizio degli anni Duemila – sia pure meno incisivi, anche per le modalità ‘deboli’ prescelte per la loro attuazione – in materia di telelavoro, stress lavoro-correlato e prevenzione della violenza al lavoro.

[5] Per una critica ai caratteri ‘non democratici’ del nuovo modello di governance economica europea v. C. JOERGES, Europe’s Economic Constitution in Crisis, ZENTRA Working Papers in Transnational Studies, Bremen-Oldenburg, 2012, n. 06/2012, che evoca un “authoritarian managerialism”; sul tema v. di recente anche le riflessioni di S. GIUBBONI, Europe’s Crisis-Law and the Welfare State – A Critique, in European labour law journal, 2015, 4 ss.

[6] V. di recente, sul punto, P. CHIECO, Riforme strutturali” del mercato del lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori nel quadro della nuova governance economica europea, in Giorn. dir lav. rel. ind., 2015, 359 ss.; S. GIUBBONI, Europe’s Crisis-Law, cit.; B. VENEZIANI, Austerity Measures, Democracy and Social Policy in the EU, in N. BRUUN, K. LORCHER, I. SCHOMANN (eds.), The Economic and Financial Crisis and Collective Laboour Law in Europe, Hart, Oxford and Portland, 2014, 109 ss.; S. SCIARRA, L’Europa e il lavoro. Solidarietà e conflitto in tempo di crisi, Laterza, Roma-Bari, 2013; P. LOI, La crisi economica e il diritto sociale europeo tra nuovi rischi e nuove solidarietà, in AA.VV., Studi in onore di Tiziano Treu, Jovene, Napoli, III, 1223 ss.

[7] Si veda la posizione espressa dalla parti sociali (CES-ETUC, Business Europe, UEAPME e CEEP) il 4 giugno 2010. Già nel documento di lavoro dei servizi della Commissione del 2 febbraio 2010 Europe 2020 – Public consultation [Sec(2010) 116 final] si rilevava come le parti sociali si rammaricassero della circostanza che il dialogo sociale, quale strumento di politica comunitaria, non fosse menzionato nel documento di consultazione. A tale proposito v. M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 54 ss.

[8] In relazione alla quale vedi M. D. FERRARA, L’integrazione europea attraverso il “social test”: la clausola sociale orizzontale e le sue possibili applicazioni, in Riv. giur. lav., 2013, I, 295 ss.

[9] Confermando in questo chi vedeva in essa l’“espressione di un desiderio”, la cui effettiva traduzione in un contributo concreto al sostegno ed allo sviluppo del modello sociale europeo restava nei fatti tutta da verificare: v. A. JACOBS, Labour Law, social security and social policy after the entering into force of the Treaty of Lisbon, in European labour law journal, 2011, 2, 135 ss. In prospettiva, e confidando in un rilancio dell’azione sociale, condivisibili appaiono in materia le notazioni di M.D. FERRARA (op. ult. cit., 319) laddove sostiene che, perché tale clausola possa spiegare una qualche efficacia, sarebbe necessario «convogliare tutti gli sforzi per rendere effettivi e operativi gli strumenti di smart integration, ossia di integrazione “intelligente” fondati su un approccio integrato e trasversale in più settori e, nel caso della Cso, caratterizzati da un metodo flessibile (la valutazione), ma da obiettivi stabili di salvaguardia della dimensione sociale anche allo scopo di rafforzare i metodi di integrazione e di armonizzazione sociale già esistenti».

[10] V. Corte giust. 11 dicembre 2007, C-438/05, Viking; Corte giust. 18 dicembre 2007, C-341/05, Laval; Corte giust. 3 aprile 2008, C-346/06, Rüffert; Corte giust. 19 giugno 2008, C-319/06, Commissione c. Lussemburgo. In dottrina v., tra molti, S. SCIARRA, Viking e Laval: diritti collettivi e mercato nel recente dibattito europeo, in Lav. dir., 2008, 245 ss.; EAD., L’Europa e il lavoro, cit.; F. BANO, Diritto del lavoro e libera prestazione dei servizi nell’U­nione europea, Il Mulino, Bologna, 2008; AA.VV., Il conflitto sbilanciato. Libertà economiche e autonomia collettiva tra ordinamento comunitario e ordinamenti nazionali, Cacucci, Bari, 2009; V. BAVARO, Tre questioni su quattro sentenze della Corte di Giustizia: a proposito di geo-diritto del lavoro, meta-diritto all’impresa e all’autonomia collettiva, in AA.VV., Il conflitto sbilanciato, cit., 177 ss.; A. PIZZOFERRATO, Libertà di concorrenza e diritti sociali nel­l’ordinamento UE, in Riv. it. dir. lav., 2010, I, 523 ss.; U. CARABELLI, Unione europea e libertà economiche “sociofaghe” (ovvero, quando le libertà di circolazione dei servizi e di stabilimento si alimentano del dumping sociale), in R. FOGLIA-R. COSIO (a cura di), Il diritto del lavoro dell’Unione Europea, Giuffrè, Milano, 2011, 229 ss.; F. HENDRICKX, Beyond Viking and Laval: the Evolving European Context, in Comparative labor law & policy journal, 2011, 32 ss.; G. ORLANDINI, Il recepimento della direttiva sul distacco transnazionale in Italia: l’impatto del caso “Laval”, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 2011, 405 ss.; M. CINELLI-S. GIUBBONI, Cittadinanza, lavoro, diritti sociali: percorsi nazionali ed europei, Giappichelli, Torino, 2014; E. ALES, Diritti sociali e discrezionalità del legislatore nell’ordinamento multilivello: una prospettazione giuslavoristica, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 2015, 454 ss.

[11] V. anche, da ultimo, le considerazioni operate dalla Corte di Giustizia in tema di crisi economica e tassi di disoccupazione ‘particolarmente’ elevati nella sentenza AGET Iraklis del 21 dicembre 2016, in causa C-201/15; per un commento, v. M.D. FERRRARA, Diritto al lavoro e libertà di stabilimento: quale è il pilastro e quale è il basamento?, in corso di pubblicazione in Variaz. temi dir. lav., 2017.

[12] «Colpisce il preoccupante parallelismo tra la sovraordinazione gerarchica degli obiettivi di bilancio della nuova governance economica europea e la priorità delle libertà economiche in riferimento al loro rapporto con i diritti fondamentali del lavoro; regole le prime, eccezioni i secondi e soggetti al principio di proporzionalità»: così P. CHIECO, “Riforme strutturali” del mercato del lavoro, cit., 366.

[13] Così A. SPADARO, La crisi, i diritti sociali e le risposte dell’Europa, in B. CARUSO-G. FONTANA (a cura di), Lavoro e diritti sociali nella crisi europea. Un confronto tra costituzionalisti e giuslavoristi, Il Mulino, Bologna, 2015, 15 ss.

[14] Sui profili di convergenza e divergenza tra vecchi e nuovi Paesi membri a dieci anni dall’allargamento v. H. KOHL, Convergence and divergence – 10 years since Eu enlargement, in Transfer, 2015, 3, 285 ss.; M. BERNACIAK, All roads lead to decentralization? Collective bargaining trends and prospects in Central and Eastern Europe, in Transfer, 2015, 3, 373 ss.

[15] Così D. GOTTARDI, Tutela del lavoro e concorrenza tra imprese nell’ordinamento dell’U­nione europea, Relazione presentata alle Giornate di studio AIDLASS di Parma (2010), in Giorn. dir. lav. rel. ind, 2010, 128, 509 ss.

[16] Così M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 57.

[17] Le difficoltà sembrano investire, sia pure in misura diversa nei differenti contesti nazionali, tutte le principali funzioni del sindacato: quella rappresentativa, quella regolativa, quella di servizio, quella legata alle pratiche di dialogo sociale a livello di governo, sia nazionale che locale. Anche gli effetti dell’allargamento di inizio secolo dell’Unione europea, in termini di aumento dei fenomeni di dumping sociale ‘interno’, hanno contribuito ad esacerbare problemi già esistenti, aumentando le difficoltà di azione per organizzazioni sindacali sicuramente più vulnerabili in un contesto di crisi: cfr., sul punto, R. ZAHN, Trade Unions and the challanges of EU enlargement: ‘the kind of laws the Union ought to want’, in European labour law journal, 2016, 3, 387 ss.

[18] Con questo termine nel contesto politico dell’Unione europea si indica l’insieme dei creditori ufficiali nelle negoziazione con i Paesi, costituito da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

[19] «Il rischio evidente non è tanto la riscrittura di un “nuovo modello sociale europeo” (…) quanto piuttosto l’impatto svalutativo del rigorismo europeo sul welfare nazionale e sul­l’insieme dei diritti sociali e civili. In tale quadro, già inveratosi in Grecia, il diritto alla salute e all’assistenza sociale, il diritto all’istruzione, i diritti previdenziali e i diritti del lavoro (pubblico e privato) registrano evidenti regressioni costituzionali, nella misura in cui il rigore delle politiche di bilancio limita la spesa delle amministrazioni (e il godimento in termini di soddisfazione dei “bisogni essenziali”) non in tutti i Paesi, ma nella sola parte più debole dell’Eu­ropa. (…) la crescita della disuguaglianza riguarda così non solo gli Stati, ma i cittadini europei»: così S. GAMBINO-W. NOCITO, Crisi finanziaria e diritti fondamentali tra trasformazioni del costituzionalismo e incertezze sul futuro europeo, in B. CARUSO-G. FONTANA (a cura di), Lavoro e diritti sociali nella crisi europea, cit., 169, 189.

[20] Per una ricognizione in chiave comparata dell’impatto della crisi sull’aione sindacale e sulla contrattazione collettiva nei Paesi membri dell’UE, si vedano i saggi pubblicati nel numero monografico n. 3/2011 della Rivista Transfer, dedicato al tema Collective bargaining, trade unions and the crisis.

[21] Sui rischi a ciò associati per il sindacato v. D. PEETZ, Are individualistic attitudes killing collectivism?, in Transfer, 2010, 3, 382 ss.

[22] V. Declaration adopted at the ETUC Mid-Term Conference in Rome on 29-31 May 2017, cit., 1.

[23] V. il documento elaborato dal Comitato esecutivo della CES nel marzo 2017 (Statement of the ETUC on the notification of the UK to withdraw from the European Union), in http://
www.etuc.org
.

[24] V. COMMISSIONE EUROPEA, Libro bianco sul futuro dell’Europa [COM(2017)2025], Bruxelles, 1 marzo 2017. Nel documento si delineano, quale proposta per una riflessione, cinque possibili scenari alternativi per il futuro dell’Unione, che vengono così schematizzati: 1) Avanti così (l’Unione si concentra sull’attuazione dell’attuale programma di riforme, in linea con gli orientamenti della Commissione “Un nuovo inizio per l’Europa” del 2014); 2) Solo il mercato unico (ci si concentra solo su determinati aspetti fondamentali di quest’ultimo, in assenza di una volontà di agire insieme su ambiti quali le migrazioni, la sicurezza e la difesa); 3) Chi vuole di più fa di più (si implementa la prospettiva di un’Europa ‘a più velocità’); 4) Fare meno in modo più efficiente (si concentrano attenzione e risorse su un numero limitato di settori); 5) Fare molto di più insieme (si opta per una maggiore condivisione di poteri, risorse e processi decisionali in tutti gli ambiti).

[25] V. Declaration adopted at the ETUC Mid-Term Conference in Rome on 29-31 May 2017, cit., 2.

[26] V. in http://www.etuc.org.

[27] In argomento, v. ut supra nt. 3. Sia inoltre consentito rinviare anche a R. NUNIN, Sindacato in Europa, cit.

[28] M.D. FERRARA, L’integrazione europea, cit., 300. Su come la nuova governance economica influenzi la ridefinizione della governance sociale v. L. PENNACCHI, Governance economica e governance sociale, in Riv. giur. lav., 2012, I, 19 ss.

[29] Costituita nel marzo 1958 come Union des Industries de la Communauté européenne (UNICE), oggi BusinessEurope – presidente della quale è attualmente Emma Marcegaglia – rappresenta trentanove Confederazioni industriali e di datori di lavoro del settore privato (tra i quali la Confindustria italiana) di trentaquattro Paesi. Per maggiori approfondimenti sul percorso storico, sulla struttura e sull’evoluzione delle politiche di questa organizzazione datoriale sia consentito rinviare a R. NUNIN, Il dialogo sociale europeo, cit.

[30] M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 41, osserva come il confronto tra le due nozioni di dialogo sociale «si risolve in un incastro di sistemi concentrici».

[31] Si è osservato in dottrina che «se è lo stesso dibattito istituzionale, sin dal Libro bianco, a rilevarne le peculiarità, “un ruolo e un influsso particolari”, la specificità del dialogo sociale rispetto al dialogo civile potrebbe essere più precisamente individuato nel suo essere punto di tangenza tra il modello della democrazia partecipativa e quello della democrazia rappresentativa»: M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 197 ss.

[32] V. sul punto M. PERUZZI, op. e loc. ult. cit.; A. LO FARO, La contrattazione collettiva nei Paesi “new comers” e il modello sociale europeo, in Dir. lav. merc., 2009, 305 ss.

[33] Per un quadro sintetico dei diversi modelli di contrattazione collettiva in 19 Paesi dell’Unione v., di recente, D. IODICE, La contrattazione transnazionale i tempi dell’autarchia, Apf, Roma, 2014, 123 ss.; in argomento v. anche M. MAGNANI, Diritto sindacale europeo e comparato, Giappichelli, Torino, 2015.

[34] M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 243.

[35] In seno alle procedure di dialogo sociale a livello dell’Unione europea si possono individuare almeno tre possibili tipologie di accordi collettivi europei che possono essere conclusi dai partners sociali europei: gli accordi interconfederali/intersettoriali; gli accordi multisettoriali; gli accordi settoriali; a questi accordi, negoziati dalle parti sociali europee, devono poi aggiungersi anche gli accordi negoziati dai CAE in imprese multinazionali, aventi sedi in almeno due Stati membri, nell’ambito delle previsioni della Direttiva sui Comitati aziendali europei (dir. 94/45/CE; oggi v. la dir. di rifusione 2009/38), che realizzano una contrattazione collettiva transnazionale a livello di impresa, alla quale si può guardare come ad una sorta di “contrattazione collettiva aziendale europea”. In argomento v. F. GUARRIELLO-S. LEONARDI, Globalizzazione e relazioni industriali: consultazione dei lavoratori nelle imprese transanzionali, Ediesse, Roma, 2003; M. WHITTALL-M. KNUNDSEN-F. HUIJGEN (eds.), Towards an European Labour Identity. The case of the European Works Councils, Routledge, New York-Abingdon, 2007; J. WADDINGTON, European Works Councils: A transnational Industrial relations institution in the making, Routledge, New York-Abingdon, 2011.

[36] Si vedano ad esempio gli Accordi conclusi dalle parti sociali europee di settore – ed a suo tempo attuati con direttive – per l’adattamento delle disposizioni della direttiva quadro in materia di orario di lavoro alla gente dell’aria ed al personale navigante.

[37] Trattasi dell’Accordo concluso tra le parti sociali europee di settore il 25 aprile 2006 per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori in relazione all’esposizione a tale sostanza; vedilo pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE C 279/12 del 17 novembre 2006.

[38] M. PERUZZI, op. e loc. ult. cit.

[39] È la tesi di E. LÉONARD, European Sectoral Social Dialogue. An Analytical Framework, in European journal of industrial relations, 2008, 14, 4, 401, 414. Sul punto v. anche le considerazioni di M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 247.

[40] V. ETUC, Declaration adopted at the ETUC Mid-Term Conference in Rome on 29-31 May 2017, cit., 4.

[41] R. ZAHN, Trade Unions, cit., 391.

[42] V. sul punto le osservazioni di M. PERUZZI, L’autonomia, cit., 259, che individua come emblematica la vicenda di Pomigliano, che «vedeva in concorrenza i sindacati italiani e i sindacati polacchi, quest’ultimi disposti a concordare con l’impresa de-localizzata, la Fiat, standard contrattuali meno elevati». In argomento v., tra molti, almeno V. BAVARO, Contrattazione collettiva e relazioni industriali nell’“archetipo” Fiat di Pomigliano D’Arco, in Quad. rass. sind., 2010, 3.

[43] M. PERUZZI, op. e loc. ult. cit.

[44] Sul punto v. già C. BARNARD, The Social Partners and the Governance Agenda, in European law journal, 2002, 8, 1, 80, 94.

[45] Per un inquadramento del tema, tra i diversi contributi della dottrina v. almeno il rapporto curato per la Commissione europea da E. ALES-S. ENGBLOM-T. JASPERS-S. LAULOM, S. SCIARRA-A. SOBCZAK-F. VALDÉS DAL-RÉ (eds.), Transnational collective bargaining: past, present and future, Bruxelles, 2006, in http://ec.europa.eu; E. ALES, La contrattazione collettiva transnazionale tra passato, presente e futuro, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 2007, 541 ss.; ID., Introduction, in E. ALES-I. SENATORI (eds.), The Transnational Dimension of Labour Relations, Giappichelli, Torino, 2013, 55 ss.; I. SENATORI, Transnational Company Bargaining and the Discourse of the European Commission: a Critical Overview, in E. ALES-I. SENATORI (eds.), The Transnational Dimension, cit., 87 ss.

[46] Sui nuovi equilibri di un rapporto tra legge e contrattazione collettiva che si va riconfigurando in Europa nel senso di un (apparente) tramonto del contratto collettivo come atto normativo generale, a fronte di una sua progressiva funzionalizzazione esclusiva a strumento di gestione a livello aziendale v., anche per una prospettiva comparatistica, le notazioni critiche di F. GUARRIELLO, Legge e contrattazione collettiva in Europa: verso nuovi equilibri?, Relazione presentata alle Giornate di Studio Aidlass di Napoli (2016), in http://www.aidlass.org.


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