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Principio di adeguatezza e tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali

Riccardo Vianello, Professore associato di Diritto del lavoro, Università di Padova

L’art. 38, comma 2, Cost. stabilisce che «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». Il saggio esamina il concetto di «mezzi adeguati» nel campo della tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

The right to “adequate means” of subsistence in case of accident at work and occupational illnesses

This essay examines the concept of “adequate means” of subsistence especially in case of accident at work and occupational illnesses.

Keywords: social security – adequacy – accident at work – occupational illnesses.

Sommario:

1. Alle origini del principio di adeguatezza - 2. Principio di adeguatezza e ambito soggettivo di tutela contro gli infortuni sul lavoro - 3. Principio di adeguatezza e tutela dell’«impotenza al lavoro» del­l’«uomo macchina» - 4. Principio di adeguatezza e tutela dell’«integrità psicofisica […] della persona» - 5. La misura dell’adeguatezza della tutela previdenziale e l’inconsa­pevole (?) aggiramento del divieto di ingiustificato arricchimento: il calcolo per sommatoria del danno differenziale quantitativo riflesso nello specchio olandese - NOTE


1. Alle origini del principio di adeguatezza

L’art. 38, comma 2, Cost. stabilisce che «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita», tra l’altro, «in caso di infortunio» [1]. Il concetto di adeguatezza abita, dunque, nel cuore del diritto previdenziale sin dal 1948, ma, nonostante ciò, tuttora ne sono incerti e controversi i confini, e lo stesso contenuto [2], e questo per varie ragioni: perché, declinato in chiave qualificativa, nasce dopo aver vinto la concorrenza di altri aggettivi con cui, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si era ipotizzato di caratterizzare gli strumenti di tutela previdenziale; perché vive in simbiosi con il protagonista del comma 2 (il lavoratore), ma, se si scava nei menzionati lavori, non può dimenticare di essere stato separato alla nascita dal protagonista del comma 1 (il cittadino), con il quale pure era abbinato; perché non può ignorare la ingombrante vicinanza dei principi di proporzionalità e sufficienza che, nell’art. 36 Cost., connotano la retribuzione [3]; perché reca in sé una insopprimibile spinta teleologica volta a finalizzare le prestazioni previdenziali al soddisfacimento delle «esigenze di vita» dei lavoratori e, dunque, esprime geneticamente una componente valoriale che, peraltro, deve necessariamente essere contemperata con il dato economico (e ciò considerata la [continua ..]

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2. Principio di adeguatezza e ambito soggettivo di tutela contro gli infortuni sul lavoro

Una panoramica, anche abbastanza rapida, del quadro giurisprudenziale (costituzionale, di legittimità e di merito) consente di porre in evidenza un (solo apparentemente inatteso [7]) disallineamento fra la proiezione espansiva ispirata dal comma 2 dell’art. 38 Cost., e alimentata da varie decisioni di diverso rango, da un lato, e, dall’altro lato, il carattere selettivo delle attività protette e delle persone assicurate (nonché dei soggetti obbligati), eredità della teoria del rischio professionale, sfociata poi, ai fini del riconoscimento della tutela, nella stringente previsione dell’incrocio fra i requisiti oggettivo e soggettivo di cui agli artt. 1 (lavorazioni protette in quanto pericolose) e 4 (persone assicurate) del t.u. e nell’accollo del costo assicurativo in capo al datore di lavoro, in ossequio al principio secondo cui cuius commoda eius et incommoda, come si è continuato a dire per lungo tempo. Vero è che, comunque, nella costruzione di un ambito di applicazione soggettivo della tutela più coerente con i principi costituzionali, al di là dei confini delineati dal testo unico, l’art. 38, comma 2, ha avuto un ruolo precipuo, almeno nel campo delle malattie professionali: è proprio invocando quel principio, infatti, che il Giudice delle leggi ha dichiarato l’incostituzionalità degli artt. 3, comma 1, e 211, comma 1, d.P.R. n. 1124/1965 nella parte in cui [continua ..]

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3. Principio di adeguatezza e tutela dell’«impotenza al lavoro» del­l’«uomo macchina»

Per lungo tempo, anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il principio di adeguatezza di cui all’art. 38, comma 2, Cost., quanto meno nella trasposizione della normativa primaria, è stato “vittima” di una lettura riduttiva, circoscritto al contesto lavorativo e inteso come se il riferimento ai «mezzi adeguati di vita» che devono essere previsti e assicurati dal sistema di tutela previdenziale nel campo degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali sottintendesse l’aggettivo “lavorativa”: del resto, ciò poteva apparire coerente con l’impostazione tradizionale della tutela, desumibile già dall’art. 10, legge 8 luglio 1883, n. 1473 [28], volta a coprire, oltre alla morte, l’«impotenza al lavoro» (permanente, assoluta o parziale, oppure temporanea, se di durata superiore a un mese), e transitata pressoché indenne nel d.P.R. n. 1124/1965, il cui art. 74 definisce l’«inabilità» come «la conseguenza di un infortunio o di una malattia professionale, la quale tolga» (completamente, se assoluta; in parte, ma essenzialmente, se parziale) «l’attitudine al lavoro» [29], concetto, questo, che ricorre alcune decine di volte nel testo unico. Certo apparentemente l’impostazione del sistema di tutela pareva ab origine valorizzare le «condizioni fisiche» del titolare [continua ..]

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4. Principio di adeguatezza e tutela dell’«integrità psicofisica […] della persona»

L’operazione espansiva della tutela che sul piano soggettivo, in virtù del (pressoché esclusivo) supporto offerto dall’art. 3, comma 1, Cost., all’art. 38, comma 2, riesce solo episodicamente, è realizzata, invece, con ben altri risultati, sul piano oggettivo, grazie al decisivo apporto dell’art. 32. La vicenda è nota e può, quindi, essere riassunta per sommi capi. Con la complessa e articolata sentenza 14 luglio 1986, n. 184 il Giudice delle leggi, nel riconoscere immediata portata precettiva all’art. 32 Cost. [39], eleva la norma costituzionale a imprescindibile canone interpretativo di riferimento per l’indagine di almeno tre tematiche: il concetto di danno biologico; il sistema dell’illecito civile; la teorica del risarcimento del danno non patrimoniale. Le ultime due questioni sono affrontate alla luce del combinato disposto degli artt. 32 Cost. e 2043 c.c., che – viene detto – «importa una rilettura costituzionale di tutto il sistema codicistico dell’illecito civile» e dalla cui correlazione è posta «una norma che, per volontà della Costituzione, non può limitare in alcun modo il risarcimento del danno biologico». Del danno biologico si offre una definizione in termini di «evento, naturalistico, interno alla struttura del fatto lesivo della salute», da intendersi, questa, o «nel significato naturalistico [continua ..]

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5. La misura dell’adeguatezza della tutela previdenziale e l’inconsa­pevole (?) aggiramento del divieto di ingiustificato arricchimento: il calcolo per sommatoria del danno differenziale quantitativo riflesso nello specchio olandese

L’inclusione del danno biologico nel sistema di copertura assicurativa INAIL ha dato vita a un dibattito (a dire il vero, ora in parte sopito) circa l’invasione di campo che il diritto previdenziale avrebbe operato ai danni del diritto civile, occupando spazi tradizionalmente di competenza del sistema della responsabilità civile [46]. In effetti, questo è avvenuto, per di più sotto l’impulso della Corte costituzionale, perché è evidente che se una voce di danno, prima oggetto di risarcimento civilistico, entra nel sistema di protezione INAIL, il diritto primo subisce per ciò stesso una riduzione del suo campo di azione. Certo la via tracciata dal Giudice delle leggi soprattutto con le sentenze del 1991 è stata da alcuni criticata, non condividendosi la costruzione del connubio degli artt. 2043 c.c. e 32 Cost. come viatico all’estensione della copertura previdenziale al danno biologico. Che, però, ciò debba suscitare particolari perplessità è francamente dubbio ove si consideri che allo stesso risultato si sarebbe potuti giungere anche attraverso una maggiore valorizzazione dell’art. 38, comma 2, Cost., e una conseguente lettura delle «esigenze di vita» depurate dall’aggettivo “lavorativa”: del resto, se – come è noto – anche di recente non sono mancate occasioni in cui il concetto di «mezzi adeguati», [continua ..]

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NOTE

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