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La dignità nell'ordinamento italiano. Un percorso storico

Paolo Passaniti, Professore associato di Storia del diritto medievale e moderno dell’Università di Siena

Il saggio sviluppa il percorso storico-giuridico del concetto di dignità. Un concetto in gran parte legato alla dignità del lavoro. Il punto di partenza è l’ordine giuridico liberale in cui la dignità minima della persona coincide con la libertà di lavorare. Tra Ottocento e Novecento, la legislazione sociale corregge la disuguaglianza tra i contraenti con diritti minimi ma irreversibili. Nel corso del Novecento la grande questione della dignità del lavoro è esaltata nella Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, e quindi sull’idea del cittadino lavoratore. L’ultimo paragrafo indaga sulla grande domanda di dignità sociale come riflesso della crisi del diritto del lavoro.

Dignity in the Italian legal system. A historical path

The essay fellows the historical-juridical path of the concept of dignity. A concept largely related to the dignity of work. The starting point is the liberal legal order in which the minimum dignity of the person identifies with the freedom to work. Between the nineteenth and twentieth centuries, social legislation corrects the inequality between contractors with minimal but irreversible rights. During the twentieth century the great question of the dignity of work is exalted in the Constitution of the Republic founded on work and therefore on the idea of the citizen as a worker. The last paragraph investigates the great demand for social dignity as a reflection of the labour law crisis.

Sommario:

1. Il punto di inizio. DignitÓ come liberazione del lavoro - 2. La dignitÓ nel lavoro come fatto collettivo - 3. La cittadinanza del lavoro - 4. Alla ricerca della dignitÓ perduta - NOTE


1. Il punto di inizio. DignitÓ come liberazione del lavoro

La dignità del lavoratore è uno dei profili alla base dell’ordine giuridico liberale fondato sulla libertà del commercio e la libertà del lavoro. Libertà dunque come scioglimento di ogni vincolo corporativo in una società caratterizzata dal livellamento degli individui in una cittadinanza orizzontale fondata sulla proprietà. L’unica dignità possibile per l’uomo senza proprietà è costituita dalla libertà di prestare, scambiare, locare, e quindi anche un po’ vendere, un’o­pera governata dalla contrattualità. Si tratta di un dato di rilevanza costituzionale, un paletto ineliminabile che dalla Dichiarazione dei diritti del­l’uomo e del cittadino del 24 giugno 1793 arriva al codice napoleonico e, attraverso questo, al codice civile italiano del 1865. Ai sensi dell’art. 18 della Dichiarazione “Ogni uomo può impegnare i suoi servizi, il suo tempo; ma non può vendersi, né essere venduto; la sua persona non è una proprietà alienabile. La legge non riconosce domesticità; può esistere solo un vincolo di cure e di riconoscenza tra l’uomo che lavoro e quello che lo impiega». Tutto insomma è ricondotto alla proprietà, la cittadinanza implica la piena padronanza di sé, in una sorta di palese rielaborazione dell’antropologia lockiana: «ogni uomo ha la [continua ..]

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2. La dignitÓ nel lavoro come fatto collettivo

La vuota contrattualità eretta a criterio ordinante si trasforma in qualcosa di diverso nel ciclo lavorativo dettato dai ritmi del capitalismo. Un ciclo strutturato su regole imposte alla massa dei lavoratori che alla spicciolata varcano i cancelli dello stabilimento. Nel regime aziendale rappresentano dei numeri, non delle persone e tantomeno dei contraenti. L’insieme funzionale di queste anonime individualità, che assumono senso soltanto nella cooperazione coordinata, costituisce il «Personale» [23]. La contrattualità consiste nel varcare l’ingresso, accettando le regole d’ingaggio fissate nel regolamento di fabbrica che è una sorta di manifesto di «autocrazia padronale» [24]. Ecco allora che il discorso sulla dignità si ripropone, in una dimensione collettiva collegata a una prospettiva di rappresentanza politica del lavoro. Una dignità da affermare con lo strumento dello sciopero che sino al 1889 è ancora un reato, al fine di modificare le condizioni di lavoro in quello scandaloso livello collettivo [25] che per qualche eretico rappresenta l’unico contratto di lavoro possibile nella società industriale [26]. La politicizzazione strisciante della questione lavoro si coglie nel nesso sciopero-con­tratto collettivo – organizzazione politica dei lavoratori tutto sul filo di una dignità del lavoro da ristabilire nel nuovo contesto [continua ..]

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3. La cittadinanza del lavoro

Il discorso sulla dignità del lavoro riaffiora alla Costituente [36] dove non è mai in discussione il punto di incontro tra i grandi partiti di massa sul lavoro come fondamento democratico. Si può discutere certo se la Repubblica debba essere una Repubblica di lavoratori, ma non sul lavoro come unità di misura della cittadinanza democratica, «compimento d’un processo storico d’inclu­sione» [37]. In questo discorso la dignità sociale è il punto di partenza, la premessa per l’effettivo inserimento dei lavoratori nel circuito della rappresentanza politica presupposto del funzionamento democratico della Repubblica. I costituenti tratteggiano la figura del cittadino attraverso il lavoro, tanto è vero che la norma fondamentale in termini di sicurezza sociale, l’art. 38, è fondata sulla figura dell’inabile al lavoro. Nella dimensione costituzionale, il lavoro non è un lavoro qualsiasi, un’unità occupazionale generica da contabilizzare, non è un lavoretto. I costituenti pensano a un lavoro in grado di dare dignità sociale al prestatore, qualificandolo in termini di cittadinanza professionale: «chi non lavora non ha, ma soprattutto non è», semplifica in maniera illuminante Umberto Romagnoli [38]. Il lavoro si attacca alla persona [39] e dunque deve essere retribuito in maniera equa e soddisfacente in [continua ..]

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4. Alla ricerca della dignitÓ perduta

Sino agli anni Ottanta, per i molti lavoratori italiani che non avevano conosciuto la Serie A del diritto del lavoro, operando nella dinamica Serie B della piccola impresa e dei lavori nei servizi, era più il ciclo economico che non il diritto di lavoro ad offrire la vera garanzia di stabilità, intesa come non interruzione del disegno esistenziale: il cambio di lavoro in continuità occupazionale, ma non di vita, insomma. La congiuntura copre le magagne di un sistema di sicurezza sociale incompiuto, inteso come proiezione delle garanzie per il lavoro. Oltretutto nell’ambito di un modello di welfare lavoristico come quello italiano [53], la crisi di uno Stato sociale, «nato tardi e male» [54], si sovrappone a quella del diritto del lavoro novecentesco sulla base del quale era stato concepito. Nella Repubblica fondata sul lavoro il prototipo di riferimento dell’area della protezione sociale è costituito dal lavoratore subordinato. Una vera e propria antropologia giuridica che qualifica in difetto i non subordinati, perché non ancora entrati o già usciti dal mercato del lavoro o inabili. Gli anni Ottanta costituiscono una grande illusione con le prime politiche di flessibilità costruite intorno all’erosione delle garanzie, compensate dalla crescita economica che favorisce la mobilità lavorativa e persino il grande salto di lavoratori subordinati nella piccola [continua ..]

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NOTE

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