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Il lavoro nelle cooperative sociali

Loredana Ferluga, Professore Associato di Diritto del lavoro nell’Università di Messina

Il saggio, dopo avere evidenziato come le cooperative sociali rappresentino una species del genus cooperativo funzionalmente orientate a realizzare fini solidaristici di utilità sociale, esamina la disciplina del rapporto di lavoro della pluralità di soggetti che a vario titolo in esse si trovano ad operare. In particolare viene analizzato il rapporto di lavoro dei soci lavoratori ordinari, dei soci volontari e dei soci persone svantaggiate e disabili, evidenziando come il fenomeno della cooperazione può rappresentare uno strumento aggregativo idoneo a rafforzare e tutelare il lavoratore nel mercato del lavoro.

PAROLE CHIAVE: cooperative sociali - soci lavoratori ordinari - soci volontari - soci persone svantaggiate e disabili

Social cooperative work

The essay, after having highlighted how social cooperatives represent a species of the cooperative genus functionally oriented to realize solidarity purposes of social utility, examines the discipline of the working relationship among the plurality of subjects who for various reasons operate inside them. In particular, it analyzes the working relationship among ordinary working members, voluntary members and members, disadvantaged and disabled people, and it highlights how the phenomenon of cooperation can be a suitable aggregation tool to strengthen and protect the worker in the labor market.

Keywords: social cooperative – ordinary working members – voluntary members – members disadvantaged and disabled people.

Sommario:

1. Le cooperative sociali tra mutualità e fini solidaristici - 2. Forme di impiego nelle cooperative sociali: i soci lavoratori ordinari - 3. La presenza eventuale di soci volontari - 4. Segue: L’inserimento lavorativo di disabili e persone svantaggiate nelle cooperative sociali - 5. Il lavoro nelle cooperative sociali come forma di tutela nel mercato - NOTE


1. Le cooperative sociali tra mutualità e fini solidaristici

Anche a seguito della recente riforma degli enti del c.d. Terzo settore (legge delega n. 106/2016 e d.lgs. n. 112/2017, che disciplina ex novo le imprese sociali [1], e n. 117/2017, c.d. Codice del Terzo settore, questi ultimi modificati, rispettivamente, dai d.lgs. n. 95/2018 e n. 105/2018), le cooperative sociali rimangono disciplinate dalla legge 8 novembre 1991, n. 381 [2]. Ad esse, che “acquisiscono di diritto la qualifica di imprese sociali”, le disposizioni contenute nel d.lgs. n. 112/2017 “si applicano nel rispetto della normativa specifica delle cooperative ed in quanto compatibili”, fermo restando l’ambito di attività di cui all’art. 1, legge n. 381/1991, come modificato dall’art. 17, comma 1, d.lgs. n. 112/2017 (art. 1, comma 4, d.lgs. n. 112/2017). Insieme alle organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali costituiscono la parte più rilevante del settore non profit [3], che, collocandosi nello spazio tra Stato e mercato, dà forma e sostanza ai principi costituzionali della solidarietà e della sussidiarietà [4], rappresentando altresì un nuovo modello occupazionale [5]. Le cooperative sociali, individuate dal legislatore in base ad uno scopo solidaristico consistente nel “perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini (art. 1, comma 1, legge n. 381/1991), presentano peculiarità tali che in dottrina si è dubitato della loro natura mutualistica [6]. Come è noto, caratteristica fondamentale delle società cooperative è l’ele­mento dello scopo mutualistico o della mutualità [7]; tuttavia, nessuna norma, se si esclude l’art. 26 della legge Basevi (d.lgs. C.P.S. 14 dicembre 1947, n. 1577, intitolato “Provvedimenti per la cooperazione”) [8], ne fornisce una definizione [9]. È pertanto la dottrina commercialista ad averne offerto numerose elaborazioni, alimentando un vivace dibattito [10]. Ancora oggi quindi l’unico tentativo di definire il concetto di scopo mutualistico si rinviene nella Relazione ministeriale al codice civile del 1942, che, nel distinguere le società cooperative dalle società propriamente dette, sottolinea come lo scopo prevalentemente mutualistico consiste nel “fornire beni o servizi o occasioni di [continua ..]

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2. Forme di impiego nelle cooperative sociali: i soci lavoratori ordinari

Aspetto caratteristico delle cooperative sociali è che al loro interno operano a vario titolo una pluralità di soggetti, più numerosi rispetto a quelli delle cooperative al cui genus tali enti, come si è detto, appartengono. In esse si concentrano “prestazioni causalmente diversificate e non riducibili ad un comune carattere oneroso” [23]. Innanzitutto, come le altre cooperative si avvalgono di soci ordinari (lavoratori e/o utenti e fruitori), di soci sovventori [24], nonché di lavoratori non soci, assunti con qualsiasi tipologia contrattuale, ed eventualmente anche volontari (non soci). Si caratterizzano poi per la presenza di soci volontari, per i quali la legge prevede un limite massimo pari al 50% dei soci ordinari, ma non minimo, cosicché essi rappresentano una figura ricorrente, ma non “normativamente necessitata” [25] (art. 2, legge n. 381/1991). Infine, nelle cooperative di tipo b), per la peculiarità che deriva dallo scopo mutualistico rappresentato dall’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, devono essere impiegati lavoratori svantaggiati, che, compatibilmente con il loro stato soggettivo, sono anche soci (art. 4, legge n. 381/1991). Per quanto riguarda i soci lavoratori ordinari, ad essi si applica, come per i soci delle cooperative di lavoro, la disciplina contenuta nella legge 3 aprile 2001, n. 142. La legge prende posizione sul dibattito sorto intorno alla natura giuridica della prestazione lavorativa resa dal socio di cooperativa e positivizza la teoria c.d. del cumulo [26], configurando in capo al socio-lavoratore, in una coerente successione con gli orientamenti acquisiti dalla giurisprudenza più recente e da avveduta dottrina [27], l’esistenza di un doppio rapporto, uno associativo e l’altro di lavoro, uniti da un collegamento negoziale [28]. La nuova disciplina è estremamente chiara nel disporre che il socio-lavoratore, al momento dell’adesione alla società o successivamente, può instaurare, sotto qualsiasi forma contrattuale, un “ulteriore” rapporto di lavoro, mediante il quale contribuisce al raggiungimento degli scopi sociali (art. 1, comma 3, legge n. 142/2001, modificato dall’art. 9, comma 1, lett. a), legge n. 30/2003) [29]. Quanto al rapporto di lavoro che si costituisce accanto al rapporto sociale, la legge n. 142/2001 prevede che [continua ..]

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3. La presenza eventuale di soci volontari

Accanto ai soci lavoratori ordinari, le cooperative sociali si caratterizzano per la presenza, se previsto dagli statuti, di soci volontari, che sono iscritti in un’apposita sezione del libro dei soci (art. 2, comma 2, legge n. 381/1991) e prestano gratuitamente la loro attività (art. 2, comma 1), fermo restando soltanto il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate (art. 2, comma 4) [50]. La legge prevede inoltre, come si è accennato, la partecipazione dei soci volontari alla gestione della cooperativa in un limite massimo pari al 50% del numero complessivo dei soci ordinari, ma non minimo, cosicché la loro presenza, sia nelle cooperative di tipo a) che di tipo b), è solo eventuale (art. 2, comma 2) [51]; limite numerico che trova la sua ratio principalmente nella circostanza che la possibilità di avvalersi di apporto lavorativo gratuito rischia di turbare la concorrenza a favore di imprese a vocazione altruistica ma che operano pur sempre sul mercato in modo competitivo [52]. Venendo al profilo squisitamente lavoristico, la legge n. 381/1991 prevede, oltre la gratuità, l’inapplicabilità ai soci volontari, salvo che la fattispecie concreta sia non corrispondente a quella astratta, dei contratti collettivi e delle norme di legge in materia di lavoro subordinato e autonomo, ad eccezione delle norme in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (art. 2, comma 3). La previsione di prestazioni personali gratuite ha indotto in passato la dottrina a ritenere che la figura del socio volontario delle cooperative sociali si possa assimilare a quella del volontario delle organizzazioni di volontariato di cui alla legge n. 266/1991 [53] (oggi l’art. 17, d.lgs. n. 117/2017, fornisce una definizione univoca di volontario e trova applicazione per tutte le figure giuridiche disciplinate dal Codice del Terzo settore [54]), in quanto entrambi prestano la loro attività in assenza di un corrispettivo, fermo restando il rimborso delle spese effettivamente sostenute (per i volontari, v. art. 17, d.lgs. n. 117/2017, che conferma quanto già previsto dall’art. 2, comma 2, legge n. 266/1991). Piuttosto invece è opportuno osservare come l’emanazione della legge n. 142/2001 conduce a ritenere che il socio volontario instauri con la cooperativa due rapporti, quello sociale e quello lavorativo sub [continua ..]

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4. Segue: L’inserimento lavorativo di disabili e persone svantaggiate nelle cooperative sociali

Peculiarità presenta il lavoro svolto nelle cooperative sociali di tipo b), le quali, in coerenza con il loro scopo mutualistico, svolgono “attività finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate” (art. 1, comma 1, lett. b), legge n. 381/1991), in ciò distinguendosi dalle cooperative di tipo a), che hanno come oggetto sociale “la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi, incluse le attività di cui all’art. 2, comma 1, lett. a), b), c), d), l), e p), d.lgs. n. 112/2017” (art. 1, comma 1, lett. a), legge n. 381/1991, come modificato dal­l’art. 17, comma 1, d.lgs. n. 112/2017). Alla categoria dei lavoratori svantaggiati, che devono costituire almeno il trenta per cento dei lavoratori della cooperativa [60] e, compatibilmente con il loro stato soggettivo, esserne soci [61], appartengono “gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, compresi quelli giudiziari, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, le persone detenute o internate negli istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro esterno” (art. 4, legge n. 381/1991, modificato dall’art. 1, legge n. 193/2000). Le cooperative sociali, oltre a godere di sgravi contributivi che si sostanziano in una riduzione parziale e temporanea dei contributi previdenziali ed assistenziali per i detenuti e gli internati negli istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro esterno, ed in un esonero integrale per tutti gli altri (art. 4, comma 3-bis, legge n. 381/1991), possono stipulare, al fine dell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, una pluralità di convenzioni, con riferimento alle quali mi limito a segnalare che la disciplina è contenuta negli artt. 11, 12 e 12-bis, legge n. 68/1999, e 14, d.lgs. n. 276/2003 [62]. Nel quadro brevemente descritto si inseriscono le misure adottate dal legislatore della riforma del Terzo settore del 2017 per favorire l’inclusione lavorativa di soggetti svantaggiati e disabili. In particolare, il richiamo effettuato dalla nuova lett. a), comma 1, art. 1, legge n. 381/1991, all’art. 2, comma 1, lett. p), d.lgs. n. 112/2017, comporta [continua ..]

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5. Il lavoro nelle cooperative sociali come forma di tutela nel mercato

Nell’attuale mercato del lavoro, il lavoratore, singolarmente considerato, ha sostanzialmente perduto, e continua a perdere, forza contrattuale. I meccanismi di flessibilità, introdotti anche dalla legislazione più recente, non appaiono peraltro strumenti sufficienti a garantire l’inserimento nel lavoro attivo, né tanto meno si può affermare che essi costituiscono misure idonee ad assicurare quella stabilità, che rappresentava in passato, viceversa, il fine della legislazione lavoristica; anzi, è opportuno osservare come sia stato realizzato un processo di precarizzazione del tradizionale rapporto di lavoro a tempo indeterminato, realizzato anche attraverso la moltiplicazione dei rapporti atipici strutturalmente precari, iniziata già con il decreto sulla liberalizzazione dei contratti a termine (d.lgs. 6 settembre 2001, n. 368), che “altro non è stato che la prima fase di un progetto di manomissione delle leggi di tutela, e di mercificazione e umiliazione del lavoro” [67]. Anche il profilo di stabilità che si riscontrava nell’art. 18 Stat. lav., ultimo irrinunciabile baluardo di dignità, libertà e sicurezza dei lavoratori – sebbene per poterne fruire occorreva l’esistenza di un contratto a tempo indeterminato, tipologia utilizzata in un numero sempre minore di ipotesi e, pertanto, non più generalizzata – è ormai, come a tutti noto, venuto meno. Alla condizione di inferiorità in cui il lavoratore si trova di fronte alla controparte datoriale – si è autorevolmente affermato – è stato posto rimedio, costruendo un sistema di tutela ispirato essenzialmente a due obiettivi, perseguiti, l’uno, attraverso “l’imposizione a entrambe le parti, mediante la legge e il contratto collettivo, di un assetto standard inderogabile dei reciproci interessi, che lasciasse poca o nulla materia alla negoziazione individuale”, e l’altro, “con l’imposizione, come modello dominante se non esclusivo, di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e rigidamente stabile”. Senonché, anche in conseguenza alle modifiche dei sistemi di organizzazione del lavoro industriale, da tempo ormai, da una parte, “si assiste a una continua erosione dell’area del lavoro “coperto” da legge e contratto collettivo, a vantaggio dell’area del [continua ..]

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NOTE

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